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RACCONTINI

20 febbraio 2017


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bambini e gattinibambine e cagnolini Bambini? Il NUOVO che avanza...
Immaturità?
L'infanzia non esiste. Esiste lo sviluppo
e lo sviluppo è cambiamento liberatorio



Sono in rete le bozze in corso di aggiornamento della nuova edizione di Infanzia:un-mestiere-difficilissimo. Il pdf è scaricabile dalla Rete e leggibile su tablet e Kindle èer cui  prima di venir stampataosu carta - gradirà e utilizzerà  commenti e critiche. 


"Gu" significa "oscurità", "ru" chi la disperde.

Guru:

 "Gu" significa "oscurità", "ru" chi la disperde.
Il potere di chi la dissolve è così chiamato "gu-ru".
    The syllable gu means shadows
    The syllable ru, he who disperses them,
    Because of the power to disperse darkness
    the guru is thus named.
    – Advayataraka Upanishad 14—18, verse 5)

Nella tradizione i Guru di ciascun individuo sono[1]:
Sathya (Verità) è vostra madre,
Jnana (Conoscenza) è vostro padre,
Dharma (Equanimità) è vostro fratello
Daya (Compassione) è vostra amica,
Shanti (Pace) è vostra moglie,
Kshama (Tolleranza) è vostra figlia.


Bambini "veri"

Il tuo bene non vale un cavolo! tientelo!

da Joaquín Salvador Lavado più conosciuto come Quino: Mafalda 7 - Mafalda e la Realtà. (Negli originali il fratellino si chiama Guille.)

L'ingenuità dei "grandi"

l'ingenuità dei "grandi"

Scrive un'insegnante: i mei piccoli amici

In questi tempi ho la fortuna di poter "frequentare" piccoli e più grandi "amici", che voglio proprio condividere con tutti voi.
C'è M., il piccolo gigante di cinque mesi che già gattona, ci capiamo benissimo e lui si fa tantissime risate, quando giochiamo insieme, ma sa anche diventare molto serio quando esploriamo il vetro di una finestra o una maniglia, o guardiamo il vento che muove le foglie o le grandi mani che "ci" tengono in braccio: e sì, vedo proprio il mondo con i suoi occhi!
Poi c'è il figlioccio F., 5 anni, grande per la sua età, è fisicamente una forza della natura.
Lui è un bambino di paese che aiuta il nonno a portare la legna e coltiva l'orto e per questo adora i giardinetti di città, così ieri siamo stati a giocare nei bei giardinetti della mia via.
Avreste dovuto vederlo mentre, da solo, si avvicinava ad un ragazzino delle medie che aveva la palla, per chiedergli se poteva giocare anche lui: hanno passato quasi un'ora a giocare seriamente insieme come due grandi e Fabio tra un tiro e l'altro faceva le capriole sulle mani.
Poi c'è J., uscito con 100 alla maturità scientifica, è arrivato primo al test d'ingresso d'ingegneria dell'automobile a Torino e venerdì mi ha invitato a casa sua a mangiare il minestrone per festeggiare la sua nuova fase della vita: a lui regalerò La chiave a stella di Primo Levi.
Ci sono anche gli altri due cuginetti, i fratelli di F.: il primogenito sedicenne, atleta in nazionale di fondo, idolo di tutte le ragazzine, tutto sport e pochissimo studio, fa terza nel mio liceo mentre il fratello di mezzo, più  timido e insicuro, ha incominciato la prima media.
E A., 17 mesi, dorme nella cuccia del suo cane e quando gli hanno fatto una cuccia "pulita" per lui, cane e bambino continuavano a scambiarsela, preferendo uno quella dell'altro!
E per concludere c'è Ju., una cascata di riccioli biondi e magliette rosa, in prima elementare, Jo., che non si ferma un attimo, in prima asilo e l'ultimo, che nascerà a febbraio: che bello poter partecipare un pochino a tutte queste diverse fasi della vita, che bello scoprire il mondo con loro, correre con loro, arrampicarsi con loro, bagnarsi con loro, fare i compiti con loro, tifare per loro, ridere con loro, esserci, quando hanno bisogno.
Sono un inno alla vita e mi riempiono di gioia.

Bulletti di una volta? Soltanto piccoli monelli

bambini "veri"

Un piccolo episodio di vita quotidiana

- bambina di tre anni e mezzo: Papà, ma come facevi a sapere che "ero grande"?

A. mi dice di versarle il te. Le dico che lo puo' fare lei, che non fa niente se ne versa un po' fuori.
E' piuttosto titubante, le dico che può provare...
Riassumo:
Alla fine si batte le mani. Battiamo le mani e ridiamo,
e mi dice:
- che furbo che sei: hai visto che lo sapevo fare?
e poi ancora...
- papà, ma come facevi a sapere che ero grande?


Chi incomincia presto a cercare ciò che ama, finirà quasi sempre per amare ciò che trova. 

...montare sul primo treno diretto a Chissadove: Toby Field

03 Settembre 2009: Buongiorno di Massimo Gramellini
Chi incomincia presto a cercare ciò che ama, finirà quasi sempre per amare ciò che trova.
Il mio sogno strozzato di bimbo era di montare sul primo treno diretto a Chissadove. Lo sta realizzando in mia vece Toby Field. Toby è un moccioso inglese di quattro anni che ogni tanto scappa dalle sottane della madre, sgambetta fino a una stazioncina del Kent e monta sul primo
treno diretto a Chissadove. Lo ha già fatto quindici volte e quindici volte lo hanno bloccato i ferrovieri, ai quali egli si rivolge con educazione per chiedere un biglietto e avere informazioni sul viaggio. Rimane sempre deluso. Essendo adulti, ne sanno molto meno di lui: oltre il finestrino vedono prati e fabbriche, mentre per Toby ci sono mari tempestosi e vascelli in fiamme. Alla stazione successiva lo fanno scendere e accomodare in sala d’attesa per dare il tempo all’ansimante mamma Kirstie di venire a riprenderselo. La povera donna ha paura del giorno in cui il figlio perderà l’innocenza e da poeta si trasformerà in ladro: appena incomincerà a nascondersi ai bigliettai, quello a
Chissadove è capace di arrivarci sul serio e anche di perdercisi. Così da qualche tempo in tutte le stazioni del Kent, accanto alla foto della regina Elisabetta, campeggia quella di un moccioso di quattro anni: chiunque lo veda aggirarsi su un treno è pregato di fermarlo.
Ho il cuore spaccato. Mi immedesimo nell’ansia della madre, però immagino anche quanto sia bello essere Toby. Alla sua età l’importante non è ancora arrivare, ma mettersi in cammino. La meta del viaggio rappresenta solo lo stimolo per partire.

E chi incomincia presto a cercare ciò che ama, finirà quasi sempre per amare ciò che trova.

E, tradotto dall'inglese:
Rail-Away: Young, free and signal ... tiny Toby Field

TINY rail nut Toby Field has run away from home FIFTEEN times in just seven weeks in an attempt to catch a train. The four-year-old has made it as far as a station a mile away - where he boldly demanded a return ticket from staff. He even told them he wanted to travel via a nearby town - using his expert knowledge of Southeastern rail services. Wanted ... Toby Field: Toby's attempts have been thwarted so far. But his worried parents have now put up "Wanted" posters at their local station asking commuters to be on the look-out for him. Mum Kirstie, 31, told The Sun: It's a nightmare - we can't turn our backs for a second. He's a real terror and just can't get enough of trains. Toby escaped for the first time in July. He marched a mile to Marden station, Kent, and asked a guard for a return to Hastings, East Sussex, going via Tonbridge. He had been to the resort town a month earlier on a family trip. The surprised worker phoned police, who had already been called by Kirstie and husband Stuart, 35. They found him grinning with delight at being inside the railway station. But his chances of boarding any train have been slashed by the posters. They feature Toby's face, tales of his previous escapades and highlight his knowledge of local trains. And they ask anyone seeing him at the station to call his parents and the police. A spokesman for Southeastern said: Our staff have been trained to keep an eye out for Toby and to make sure he doesn't get on to any trains without an adult. He's actually become a big hit with our guards because he's such an angelic little boy. But we are on the look-out for him and we will make sure he's returned safely to his parents.


Storia di un amore piccolino....

Questa è la storia vera di Fiamma, creatura così minuscola, che il palmo di una mano poteva contenerla. Nata in un allevamento di cani di razza, questo piccolo Chiauaua era stato scartato per via di un’ernia, che, pur non comportando sofferenze alla bestiola, la rendeva meno commerciabile.
Così Fiamma, all’età di due mesi, diventò un regalo dell’allevatrice alla sua amica, la signora Ebe.
La signora Ebe ogni giorno saliva sul bus che la portava in ufficio in città. Per oltre due ore, una ad andare, una a tornare, la piccola Fiamma se ne stava al caldo, dentro il cappotto di Ebe, e poi in un angolo del suo ufficio. Come è piccola questa bestiola – diceva il capoufficio – non dà fastidio a nessuno e la puoi tenere. E in effetti la piccola Fiamma non abbaiava e non guaiva, se ne stava nella calda cuccia saltellando quando i colleghi entravano nella stanza di Ebe.
Accadde un fatto strano. Le persone sembravano più sorridenti da quando c’era Fiamma. Non si scurivano più pensando che quella tale pratica era in ritardo, o che quel tale collega voleva far loro le scarpe. E’ bianconera, perché si deve chiamare Fiamma e non Juve? scherzava uno. Rideva tra sé, la signora Ebe, che vedeva con chiarezza il calore che la piccola spandeva in quelle stanze e, soprattutto, dentro la sua vita, fatta di lavoro e poche soddisfazioni. Dopo una settimana, Fiamma era completamente adattata a quella routine. Ma, si sa, le cose belle durano poco.
Anticipato dall’acre odore del suo tabacco, arrivò in ufficio il Boss. Compiaciuto, ascoltò il cicaleccio delle segretarie e le ultime novità che riportavano.
Le regole sono le regole – dicevano le loro bocche ammorbate di rossetto – ci manca che adesso ognuna di noi si porti in ufficio quello che vuole. E dove siamo? Alla vecchia fattoria? La signora Ebe era anziana e non condivideva la palestra con le colleghe, e neanche la loro corsa  affannosa per entrare nelle grazie del Boss. Così, non poté contare sulla comprensione di nessuno, neanche di chi aveva adulato il suo piccolo cane.
Il giorno dopo lo lasciò a casa, e la sera, rientrando, trovò la cucciola ad attenderla, con la ciotola ancora piena di cibo. Nel giro di pochi giorni Fiamma deperì a tal punto da essere ricoverata in una clinica per animali, con la flebo al collo per nutrirla. ... il suo cane non ha nulla - la rassicurò il veterinario - ma ha pochi mesi e non può essere lasciata tutto il giorno senza il contatto umano. Se vuole troviamo una brava coppia di pensionati che se ne possa occupare....
Ebe fece finta di non sentire. Si riportò a casa il suo fagotto.
 Abbracciava quel mucchietto di ossa e lo chiamava amore, ma era troppo sola per volerle bene
.

iPazia

E un suo contrario...

Il pranzo pasquale e altri commensali successivi

Non voglio essere noiosa ma non posso non raccontarti il mio pranzo di Pasqua.
Questa mattina, ancora insonnolita dal cambio d'ora, sono partita verso Doues per salire alla conca di By con le ciaspole.
Il sole stava ancora combattendo con le nuvole e l'aria era fresca quando ho incominciato a seguire le uniche tracce di due sciatori nell'abbondante neve fresca caduta in questi giorni.
Due ore più tardi e 500 mt di dislivello più in alto stavo cercando una baita dove trovare un po' di riparo dal vento gelido per poter mangiare qualcosa prima di ritornare a valle e trovatala, mi sono acquattata sull'uscio ed ho incominciato a mangiare la fontina che mi ero portata dietro lasciando momentaneamente cadere le croste per terra.
Dopo poco, ecco arrivare un piccolo topino di montagna, grigio chiaro con il dorso un po' fulvo, per non sfigurare con la volpe che avevo visto più in basso, che incomincia, prima timidamente poi con sempre più coraggio, a prendere le croste e a portale nella sua tana.
Per farla breve, ci siamo divisi le provviste, da bravi fratelli del creato, come ci insegna anche la Chiesa, ed ho goduto della sua compagnia che mi ha intenerita e divertita almeno quanto altri incontri più rari e d'effetto.
Prima di partire gli ho lasciato vicino alla tana un mucchietto di pane sbriciolato, per i prossimi giorni, perché lassù c'è ancora tantissima neve e un po' di tregua nella lotta per la sopravvivenza se l'era proprio meritata, con il suo comportamento rispettoso e audace nello stesso tempo.
A Pasqua, a simboleggiare la rinascita primaverile ci sono ovunque uova, pulcini e conigli: a me è capitato un coraggioso topino che è riuscito ad attraversare indenne e affamato l'inverno.
Non sarà magari ancora la resurrezione tanto invocata ma di sicuro è una buona dimostrazione che la rinascita è anche alla nostra portata!

chissà chi mi capiterà per l'aperitivo... eccolo di profilo!buon appetito piccola volpe!
E poi... dopo il pranzo con il topo di By, sabato, nella Valsavarenche, ho fatto merenda con una volpe che, affamatissima, ha seguito me e il mio amico fino a quando non le abbiamo dato da mangiare (vietatissimo nel parco del Grand Paradiso, ma pazienza).
E poi, dopo averci concesso un bel servizio fotografico come ringraziamento, se n'è ritornata al riparo del bosco mentre noi, ancora increduli e stupefatti, ci stavamo avvicinando alle case.
Fuor di retorica, proprio un'avventura magica!
Se continuano queste condizioni di neve in alto, nella prossima gita, chissà chi mi capiterà per l'aperitivo...
Il topino e la volpe sono molto contenti di andare a stare nei raccontini, dicono che magari lì si trova più facilmente un po' di cibo, in attesa dello sciogliersi della neve...
Manuela

Chi incomincia presto a cercare ciò che ama, finirà quasi sempre per amare ciò che trova? Aspetti vari dell'Archetipo della Grande Madre

1) Da Torino 7 dell'11 maggio 2012: "Vite a Progetto" di Andrea Bajani
Tua mamma quando eri piccolo ti difendeva in ogni momento, e tu pensavi che era bello avere una mamma così. Se i tuoi compagni ti prendevano in giro, lei subito era pronta a dare battaglia ai loro genitori e anche ai tuoi compagni di classe. Alzava la voce, strepitava, e poi ti trascinava a casa per mano. I tuoi compagni di classe si spaventavano, quando lei alzava la voce, e poi il giorno dopo ti prendevano in giro ancora di più: non solo per il motivo del giorno prima, ma anche perché eri un mammone e ogni problema che avevi c’era la mamma che metteva il coraggio per te. Tu ci stavi male e così arrivavi a casa, lo dicevi a tua mamma, che il giorno successivo arrivava a scuola ringhiando, e ricominciava tutto da capo. Poi dopo le scuole primarie è arrivato il liceo, e per fortuna ti sei separato dai tuoi compagni di un tempo che avevano preso alla fine a chiamarti “mammina”. Al liceo per due mesi è andato via liscio, poi hanno cominciato a fioccare i primi voti sotto la sufficienza. Così tua mamma ha lucidato di nuovo il suo fucile da caccia e si è presentata a scuola facendo il buon vecchio ringhio di un tempo. I professori cercavano di difendersi, e il giorno dopo ti guardavano male. Il prof di filosofia, l’ultimo giorno di scuola, ti ha chiesto se per caso il pomeriggio la mamma ti avrebbe portato alle giostre per festeggiare la fine della scuola materna. Tu l’hai raccontato a tua madre, che ha alzato il telefono ma non ha trovato nessuno per tutta l’estate. Dopo il liceo l’università, e ogni esame che non passavi la tua mamma e il tuo babbo ti portavano a cena in un ristorante come consolazione. E così sono arrivati i 32 anni, la laurea con la festa sul lago, e poi tua mamma ti ha detto che non è un problema se non trovi lavoro, e ogni colloquio che poi non va bene, tutti al ristorante di nuovo con lo champagne e la torta. Non le sembra vero, povera donna, di poterti avere ancora per casa, e farti manicaretti e non accontentarsi di guardare la tv da sola con tuo papà. Fosse per lei, ti comprerebbe ancora i Lego, lo zucchero filato al luna park, e non le dispiacerebbe affatto vederti gattonare un po’ per casa, brizzolato come sei, e poi fare insieme le bolle di sapone sul balcone.
2) Da Torino 7 dell'11 maggio 2012: "Solo andata" di Filippo D'Arino
Mentre mezza Europa si interroga quotidianamente, anche con una certa apprensione, sulle abitudini tricologiche (e non) di Mario Balotelli; mentre in quel che resta del Bel Paese l'opinione pubblica si affanna sulla fenomenologia di Belen Rodriguez; mentre il mondo perde il sonno dietro i preparativi del presunto matrimonio della presunta coppia più bella, ricca ed astuta di Hollywood (sempre loro, la crasi vivente: i «Brangelina ») e mentre una tazzina da tè sfiorata dalle labbra di Lady Gaga viene battuta all'asta per circa 40 mila euro, da qualche parte sul nostro pianeta un perfetto signor nessuno porta avanti progetti degni del Padreterno suscitando nei media ben poco interesse.
Chi è costui? Si chiama Jadav Mulai Payeng
. Vive in India, ha 48 anni e ha trasformato, da solo, una sterile superficie di circa 550 ettari lungo il fiume Brahmaputra in una rigogliosa foresta che ora sorge nella zona nord-orientale dello Stato di Assam. Per farlo ci ha impiegato 30 anni. Quello che una volta era solo un banco di sabbia, oggi è un rifugio sicuro per animali di ogni tipo e specie in via di estinzione, come i rinoceronti unicorno e le tigri reali del Bengala. Notizia importante, ma niente che riesca a titillare i media come pop star che indossano parrucche verdi o soubrette che ostentano tatuaggi inguinali. Mulai iniziò a lavorare alla sua foresta, nei primi Anni Ottanta. Dopo una serie di inondazioni, trovò la spiaggia del Brahmaputra invasa da una moltitudine di rettili arsi dal sole per mancanza di piante e di ombra. Jalav Mulai Payeng, che all'epoca aveva solo 17 anni, decise di fare qualcosa. E lo fece, senza l'aiuto di nessuno. Lasciò la scuola e andò a vivere da solo sulle rive del fiume. Poco per volta, iniziò a piantare alberi, fino a creare dal nulla un'inaspettata, straordinaria biodiversità. Il Dipartimento Forestale dello Stato di Assan si è accorto della foresta di Mulai quasi per caso quando, nel 2008, un branco di elefanti vi si era rifugiato. Cento elefanti non passano certo inosservati, chiaro. A quel punto i media locali fecero capolino. Dissero: ah, sì?. Ma non impazzirono. Il governo centrale indiano invece disse: oh, bene. Senza però fornire alcun supporto economico a sostegno del progetto. Il Dipartimento Forestale locale ha ora in programma di estendere la foresta di altri 1.000 ettari e darà a Mulai altri alberi da piantare. Pare che Mulai abbia concesso una piccola dichiarazione a riguardo. Ha promesso che lui e la sua famiglia faranno del loro meglio e che saranno pronti a difendere la foresta anche a costo della propria vita.
Fantastica notizia, no? I media però non sono impazziti nemmeno stavolta.
"vite a progetto"

Ippopotamo e tartaruga

Tre quintali d'affetto. La vera storia di un'incredibile amicizia di Hatkoff Isabella - Hatkoff Craig - Kahumbu Paula
salvato dal fango dello tsunami che un anno fa l'ha  travolto, ora dormono insieme e si scambiano  anche  mille  tenerezze
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(6 gennaio 2005) Potrebbe essere sua nonna, eppure lo tratta come un figlio. E lui, Owen, ha ritrovato l'affetto perduto, del quale tutti i piccoli hanno estremo bisogno. I protagonisti di questa storia, che arriva dal Lafarge Park, un giardino zoologico del Kenya, sono un cucciolo di ippopotamo, Owen, e un'anziana tartaruga gigante. Lui ha perso la mamma quando l'onda del maremoto, il 26 dicembre 2004, ha raggiunto le coste del Kenya, lei lo ha accolto con amore e ora lo accudisce come una vera madre. Ora i due mangiano. Questo piccolo d'ippopotamo (meno di un anno) rimasto senza la mamma (a causa dello tsunami) è stato adottato da una tartaruga (maschio) - Mzee - di circa cento anni. Owen, un cucciolo di ippopotamo di 300 chili, si trovava con la mamma vicino al fiume Sabaki, in Kenya, quando l'ondata di acqua Salvato  portato  al Lafarge park Owen ha incontrato la centenaria tartaruga, che vistolo traumatizzato, ha deciso di adottarlo, ha detto la responsabile del parco, Paula Kahumba.
E la tartaruga - ha aggiunto - sembra molto contenta di giocare a fare la madre

(Uno scaiattolo adottato da un gatto impara a fare le fusa...)

Un link su amicizie tra animali differenti - Interspecies Harmony



Testimonianze

Una testimonianza presente anche nel file BASTA UN POCO DI ZUCCHERO E LA PILLOLA VA GIU'...

UNA CARAMELLA  di Giulia Martorana

 Da Fuoriregistro 11-03-2010 Registrazione Tribunale di Frosinone n. 324 del 08.07.2005
- Direttore responsabile: Luciano Scateni - È una iniziativa DIDAweb
Più volte avevo pensato di affidare alle pagine di un diario tutte le emozioni, ricordi, ansie, gioie, paure e timori che hanno accompagnato la mia carriera di insegnante di sostegno.Tra i tanti volti di ragazzi cari a me del passato e del presente quello che mi suscita un'emozione sempre grande, è quello di F. Vuoi perché ero all'inizio della carriera di " supplente " o perché mi ha colpito in modo profondo, ne porto sempre con me il ricordo. E' d'uopo fare una premessa: poca esperienza didattica, fresca fresca di corso di specializzazione polivalente (già il solo possedere un titolo con questo nome ti tranquillizzava), la testa infarcita di nozioni, parole, idee e... tanta voglia di fare. Arriva il gran giorno, nomina in pugno, tailleur come da prassi, chanel belle ma scomode, borsa piena di materiale "strutturato e non" (come recitava la nostra insegnante al corso) e si varca la soglia della scuola. Secondo giorno di scuola, la scena cambia: tuta, scarpe da ginnastica e la voglia disperata di farmi spuntare le ali per inseguire un po' dappertutto il mio alunno che aveva la capacità d'essere dovunque nello stesso momento. Mi viene presentato il caso: Morbo di Basedown, compromissioni a livello intellettivo, irrequieto, instabile e soprattutto molto molto "discolo ". Mi viene presentato il ragazzo: piccolo di corporatura, un viso simpatico e due occhi vispi e attenti per capire "che razza di tipo eri", (espressione molto cara all'alunno per descrivere i professori). Dimenticavo, l'occupazione privilegiata da F. era quella di nascondere orribili, pelosi e automoventi animaletti di plastica (del tipo: ragni, serpentelli, scorpioni ed insetti vari) nei registri, borse e cassetti delle colleghe che immancabilmente ne restavano terrorizzate. Corporatura molto minuta, arrivava sempre a scuola in ritardo, trascinandosi dietro una pianola tre volte più grande di lui. Ricordo che un giorno intero lo abbiamo trascorso insieme sul pulmino della scuola io, lui e l'autista in quanto lui era convinto di dover andare a casa. Devo ammettere che non sapevo molto di quella malattia e ho provveduto ad informarmi con ricerche personali e testi vari, ma il problema principale era l'incapacità di F. di stare fermo in classe o in qualsiasi altro luogo. A questo punto la didattica, le programmazioni, le attività specifiche, e tutte le altre belle parole andavano a farsi friggere. Che fare? Fatti un po' di tentativi con varie strategie, rinforzi e via di seguito, tutto sembrava scorrer via come l'acqua: nessun interesse, nessuna partecipazione e soprattutto nessun canale di comunicazione che si potesse utilizzare. Un giorno in cui F. era particolarmente agitato e nervoso e sembrava un animaletto in gabbia, ho fatto, forse inconsciamente, quello che facevo sempre quando dovevo tranquillizzare mio figlio: ho cominciato a canticchiare. Ricordo che mi ha guardato con aria di sfida e ha detto: "E tu pure cantare sai? Beh, se tu canti, io suono!". Presa la sua pianola, ha cominciato a riprodurre qualsiasi brano o canzone io fischiettassi o appena appena accennassi, anche se non le aveva mai ascoltate. Aveva una predisposizione naturale bellissima. Da quel momento siamo scesi a compromessi: via libera alla musica, ma le monellerie, gli atti di disturbo e soprattutto i mostri pelosetti dovevano sparire! Tregua fatta, il lavoro andava bene, ma non riuscendo F. a seguire le attività didattiche della classe, vuoi per il ritardo accumulato, vuoi perché mi aveva detto che "non gliene fregava niente" di quelle cose, abbiamo deciso insieme di costruire una nostra piccola realtà. Predisposta una stanza, cominciamo a costruire con la carta una città: strade, vie, palazzi, incroci e via dicendo, parlando e mettendo in discussione tutto quanto, dal perché servisse, a chi servisse e così via. Dalla città allo zoo, dallo zoo ai vari ambienti, montagna, mare, collina etc. Alla fine dei quindici giorni di supplenza abbiamo realizzato una mostra invitando le altre classi e i docenti a vedere il nostro lavoro. F. sembrava soddisfatto, ma non perdeva mai la sua aria di noncuranza.
Al momento di salutarci, mentre io gli raccomando di fare il bravo in seguito, lui mi guarda serio serio e dice:
 Allora te ne vai ? Senti un po' apri la mano e chiudi gli occhi.
E io di rimando: Ancora, F. ! Ma tu lo sai che io non mi spavento di questi mostri di plastica !!!!
E lui: Tu fallo e basta! E mi raccomando apri gli occhi quando io me ne sono andato. Ciao!
E scappa via senza darmi il tempo di aggiungere altro, tirandosi dietro la sua inseparabile pianola. Ho mantenuto la promessa e quando ho aperto la mano ci ho trovato una caramella!! Ricordo di essermi commossa e di aver pensato che se io ero riuscita a dare qualcosa a un ragazzino con tanto bisogno d'affetto, conferme e gratificazioni, lui aveva saputo innescare in me un processo di crescita interiore e di maturazione.
Non ho più rivisto F. ma lo ricordo spesso e ricordo sempre quella sensazione di calore intorno al cuore che mi ha fatto provare un piccolo ma discolo, discolo bambino.

GENTE DI TORINO

Lui quando attraversa il centro saluta tutti quelli che incontra, sorridendo e guardandoli negli occhi. Se per caso qualcuno non ricambia il saluto, lui non si scompone e continua a salutare. Quando entra in un bar, prima si guarda attorno con aria circospetta, poi attacca a salutare tutti i presenti, sempre sorridendo. Se per caso qualcuno non ricambia il saluto, lui non si scompone e continua a salutare. Spesso, attraversando il centro, tra un saluto e l'altro si mette a cantare. Canta motivetti che ai più non dicono nulla, visto che praticamente lui li compone in quello stesso momento. Tuttavia certe volte non canta, e gli capita di passare interi quarti d'ora in silenzio, assorto e indifferente a qualsiasi cosa tranne che a due categorie di esseri viventi: cani e piccioni.
I cani lo colpiscono sempre molto, e quando ne incrocia uno non manca di osservarne con attenzione le fattezze e i movimenti. Quale che sia la razza del quadrupede di turno, lui non manca di esternare il suo apprezzamento: dai levrieri ai bassotti passando per i pitbull, sorride a tutti. Ma la sua vera passione sono i piccioni. Solitari o in gruppo, grigi o bianchi o con le penne sfumate di rosso, i piccioni lo affascinano oltremodo, e non si stanca mai di guardarli. Di conseguenza, quando attraversa il centro ama sostare in luoghi dove tali volatili abbondano, per esempio in piazza Carlo Alberto, ma anche in piazza San Carlo e nei giardini tra via Bertola e via Stampatori. Dato che i piccioni di solito a un certo punto volano via, lui li osserva staccarsi da terra con una sorta di stupore misto a meraviglia. Dopodiché, sorride. I tram, che un tempo lo spaventavano almeno quanto gli autobus e i motocicli per via del loro rumore, oggi come oggi lo incuriosiscono. Li guarda passare senza perdersi un finestrino, e se per caso ne avvista uno immobile a un semaforo o a una fermata gli capita di salutare sempre sorridendo tutti gli occupanti affacciati ai finestrini. Se gli succede di attraversare il centro nel tardo pomeriggio, quando lungo le vie e sotto i portici si accendono le luci dei lampioni, lui alza gli occhi e li fissa uno a uno, come se si trattasse di un corteo di stelle.
Il recente spegnimento delle cosiddette Luci d'Artista non deve essergli piaciuto, visto che amava soprattutto il tappeto volante di piazza Palazzo di Città. Ma benché torinese, e dunque potenzialmente incline alle lamentazioni, non se ne è lamentato.
Forse perché ha appena 14 mesi, e in cima alle sue priorità ci sono cose come la pappa, la nanna e la lavatrice, che se fosse per lui dovrebbe girare ventiquattr’ore su ventiquattro.
   
Prevalenza di Torino

10/4/2012 BUONA iPASQUA

- Buongiorno, vorrei lo Smart Egg. Come sarebbe a dire che è finito? Mio figlio vuole solo quell’uovo lì per Pasqua.
- Venduto l’ultimo un’ora fa, mi spiace, hanno avuto molto successo.
- E adesso che faccio? Vado alla Apple?

- No signora è una nostra idea, l’Apple non c’entra. Come sorpresa c’è un accessorio per l’iPhone o l’iPad, e poi anche partecipare al concorso digitale usando il retro della confezione...».
- Sì, me l’ha detto il mio bambino: bisogna fotografare il codice, divertente... lei capisce che se arrivo con il solito ovone quest’anno me lo tira in testa....
- E mettere in un uovo classico il nuovo iPad?
- Si figuri, quello vuole sceglierselo lui, adesso per esempio va matto per la San, per la San...»
- La Samsung?
- Sì una cosa così, certo che però queste uova devono essere veramente buone...».
Alla signora vibra l’iPhone: «Dimmi, amore. Come? Il finto tablet di cioccolata con le nocciole? Aspetta provo a chiedere...

- Signorina? Signorina? Ma dove è finita la commessa?

PS: la conversazione riportata qui fedelmente è accaduta - sul serio - ieri in una cioccolateria del centro.


Animali "acculturati"

Guardate qui, un gruppo di papere è entrato al Norton Simon Museo, in  California, l'ha attraversato e se ne andato placidamente nel  laghetto vicino. Senza pagare il biglietto per giunta!

gita culturale?
ammiratori di quadri


paperi al museouscita dal museo

fine della gita


FACCENDE DOMESTICHE

Diventare donna

Da: La Stampa, Storie di città inserto Torino Sette 22 dicembre 2000

Tema:
Un altro anno finisce. Voltati indietro e considera quale, fra i 366 giorni trascorsi
(il 2000 era bisestile), è stato per te quello più degno di essere ricordato.

Svolgimento:

L'alba dell'11 luglio del 2000 annunciava un giorno eguale a tanti altri di quella lunga estate trascorsa in montagna. Niente lasciava presagire quello che di lì a poco sarebbe accaduto. La vita scorreva sui binari consueti, le azioni erano quelle consolidate dall'abitudine, lavarsi, vestirsi, fare colazione, andare a comprare il giornale nell'edicola a cento metri da casa. Se vogliamo, anche accendere l'apparecchio radio era un gesto di tutte le mattine, ma fu quello a generare la svolta nella mia vita. Sulle frequenze di Radio 2 Rai iniziava ad andare in onda la trasmissione Il programma lo fate voi e il conduttore Enrico Vajme lanciò nell'etere il tema, suggerito da un ascoltatore, attorno al quale erano chiamati a intervenire via telefono gli altri ascoltatori. Il tema di quell'11 luglio era: "Se fossi dell'altro sesso". Non ho idea cosa abbiano detto nelle due ore della trasmissione gli ascoltatori (e le Cattive ascoltatrici) che sono intervenuti, perché ho subito incominciato a ripensare la mia vita versione femminile.
Un'esperienza sconvolgente. Prima ero io e basta, cioé non mi preoccupavo minimamente di come andavo in giro, pettinato o spettinato, con vestiti giusti o sbagliati per la foggia, l'accostamento dei colori, con la trippa che allegramente debordava dalla cintola dei pantaloni, perché gli altri, i miei familiari e quelli che avrei incontrato per strada, dovevano accettarmi per quello che sono. Ci mancherebbe ancora che qualcuno osasse metter in dubbio o criticare il mio modo di essere e di fare. Ora non più. Ora dovevo conciarmi in modo non dico di farmi ammirare, ma almeno accettare, o tollerare. O rendermi in qualche modo invisibile. 
Come donna esistevo solo nello sguardo degli  altri e non avrei sopportato l'idea di legger in quello sguardo una reazione di ripulsa.
Tanto per cominciare, ho tagliato via i ciuffi di peli che spuntavano dal naso e dalle orecchie, ma ci voleva ben altro per rendermi presentabile. A saperlo, che un giorno mi sarei trovato nella necessità di immaginarmi donna, mi sarei tenuto nel mangiare e nel bere, ma adesso era troppo tardi. Ho impiegato due ore prima di uscire per decidere se i pantaloni verde marcio si accoppiassero bene con la camicia di flanella a quadrettoni o se era meglio una polo blu.  Alla fine ho optato per una polo bianca di due numeri più grande, che faceva delle pieghe abbondanti lungo il giro vita, a nascondere le maniglie dell'amore. Un paio di occhialoni neri a coprire le borse sotto gli occhi, ma a impedire di vedere il gradino d'ingresso del giornalaio, completavano il mio nuovo look. 
Con tutto ciò, il passaggio nell'edicola è stato terribile, con tutte quelle bellone che mi osservavano dalle copertine dei settimanali e confrontavano le loro forme con le mie. Se sei donna devi sempre darti un atteggiamento, recitare una parte; superare l'imbarazzo, ho dato uno sguardo all'orologio: "Oh Dio! Sono già le undici e non ho ancora deciso cosa preparare per pranzo!". Di corsa al supermercato; quando ci andavo nelle vesti maschili, giravo con la lista e buttavo nel carrello le cose elencate man mano che le rintracciavo sugli scaffali, ma ora no, ora in quanto donna ero attratto dalle sirene delle offerte speciali. Come si  fa a resistere? Sono tornato a casa con dodici confezioni da un chilo di rigatoni giganti, praticamente dei tubi Innocenti, tre barattoli da un litro di conserva peruviana che scadeva il giorno dopo e sei bottiglie di vino rosato turco. 
Ho cucinato in preda all'ansia che i miei  familiari tornassero prima che fosse tutto pronto, mentre quando cucinavo da maschio ero io che dettavo tempi e modi e coloro ammessi al grande onore di mangiare alla mia tavola potevano permettersi solo di lodare la mia bravura di cuoco. Invece ora che non avevo neanche appetito, pendolavo tra tavolo e cucina attento a che non mancasse di niente e spiavo sui volti dei miei familiari le loro reazioni quando mettevano in bocca il primo rigatone gigante condito con salsa peruviana. Nessuno ha apprezzato le mie fatiche.
Dopo i primi bocconi, hanno spinto in là i piatti chiedendo con malagrazia: "Cos'è questa schifezza?". Sono stato solo capace di mormorare: "Era un'occasione... tre per due...". Si sono alzati in silenzio, hanno aperto il frigo e si sono serviti di quello che c'era senza chiedermi se potevano o no. Non contenti, hanno preso dalla dispensa i barattoli delle melanzane e dei peperoni sott'olio, che avevo messo via con tanta fatica e tanto amore, li hanno aperti e si sono serviti abbondantemente.
Per le prossime settimane dovrò nutrirmi di rigatoni giganti in salsa peruviana riscaldati. Se li accompagno con un bicchiere di vino turco forse riesco anche a mandarli giù. Dopo pranzo i miei familiari hanno deciso di fare una passeggiata nel bosco dietro casa, io ho preferito stare a casa perché dappertutto dove posavo gli occhi vedevo del disordine e della polvere. Che strano, da maschio non avevo mai notato niente.
Li ho salutati sulla porta di casa ma poi li ho rincorsi quando erano già un bel po' avanti con una bracciata di maglie: c'era il sole, faceva caldo, ma si sa com'è la montagna, da un momento all'altro può arrivare un uragano e la temperatura scendere di venti gradi in pochi minuti. Devo proprio pensare a tutto, io...

22 dicembre 2000  Archivio di Storie di città, La Stampa, Torino Sette
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La famiglia è un'azienda (con manager e sottoposti. Ma quali sono gli obbiettivi da raggiungere?)

Una buona percentuale di delitti avviene all'interno della famiglia. Chissà se c'è ancora qualche padrone in vena di paternalismo che osa dire «la nostra azienda è come una famiglia»? Se a pronunciare la frase era il capo del personale, era il segnale che stava per partire un siluro: trasferimento, riduzione delle ore e dello stipendio, accorpamenti, tagli delle trasferte e delle spese. Il sottinteso era: siccome la nostra è una famiglia, qualcuno deve sacrificarsi per il bene di tutti e abbiamo deciso che tocca a te. Ora la situazione sta cambiando, un numero sempre maggiore di donne riesce a raggiungere posizioni dirigenziali nelle aziende e questo è un bene per tutti, uomini e donne. Una di queste donne manager, al vertice di una grande multinazionale di servizi, nel corso di un' intervista radiofonica, ha capovolto la frase citata all'inizio. Interrogata su come riesce a conciliare gli impegni di lavoro e quelli privati, ha detto: «La famiglia è come un' azienda, va gestita con spirito manageriale ». Può essere una soluzione per la crisi della famiglia. Intendiamoci: non c'è periodo storico, non c'è stagione antica o recente, nel corso della quale i contemporanei non abbiano detto che la famiglia era in crisi. Secondo gli esperti, la crisi del nostro tempo è dovuta a una carenza di leadership. E chi meglio di un manager è in grado di colmare questa carenza? Il manager è colui che deve raggiungere dei chiari obbiettivi, tramite la gestione di persone; queste ultime deve poterle scegliere, premiare o punire. La moglie o il marito si scelgono, i figli no, quelli arrivano a scatola chiusa. Quali sono i «chiari obbiettivi» all' interno della famiglia? Fare il letto? Preparare la tavola? Caricare la lavastoviglie? Organizzare le vacanze? Cambiare l'auto? Non è po’ poco per un manager?
Gli obbiettivi più ambiziosi, la serenità, l'armonia, la felicità, non sono chiari per niente, ognuno l'intende a modo suo. Per una buona riuscita del matrimonio è meglio stabilire fin dall'inizio chi farà il manager e chi il sottoposto. Se osserviamo le coppie molto anziane, notiamo che spesso il ruolo del manager è svolto da uno dei figli adulti o addirittura dalla badante. Manager non si nasce ma si diventa, attraverso un lungo percorso formativo; dopo la laurea e il master c'è lo stage in un'azienda, al termine del quale, se sarà stato giudicato idoneo, potrà essere assunto in pianta stabile o a tempo determinato. E' evidente l'analogia fra lo stage e la convivenza che sovente precede il matrimonio; però chi presenta nel curriculum la frequenza a troppi stage è giudicato male, così come un reduce da troppe convivenze. La maggior parte dei contratti è a progetto, concluso il quale si ritorna sul mercato del lavoro: cosa aspettano i nostri politici a varare un modello di famiglia «a progetto» con scioglimento incorporato, una volta raggiunti gli obbiettivi?

Da SUPEREVA Allattamento. Humor e aneddoti (2000)

Mammamia! [10/05/2000] 2 aneddoti

Vado a letto

Marito e moglie stanno guardando la TV, quando lei dice: 
 - Si è fatto tardi e sono stanca; vado a letto. 
Andò in cucina per preparare qualche panino per il giorno seguente, sciacquò il contenitore dei popcorn, tirò fuori dal freezer la carne per la cena del giorno dopo, controllò il livello del contenitore dei cereali, riempì il contenitore dello zucchero, mise sul tavolo i cucchiaini e le ciotole e preparò la macchina del caffè per la mattina. Poi mise alcuni vestiti nell'asciugatore, riempì la lavatrice, stirò una camicia e attaccò un bottone, raccolse il giornale sparso per terra, prese alcune parti di un gioco che erano state lasciate sul tavolo e rimise l'elenco telefonico al suo posto. Annaffiò le piante, svuotò il secchio della spazzatura e appese un asciugamano. 
Sbadigliò, si stiracchiò e si diresse verso la camera da letto. Si fermò allo scrittoio, scrisse una breve nota per l'insegnante, contò degli spiccioli per la gita del giorno successivo e tirò fuori un manuale che era finito sotto la poltrona. Firmò un biglietto di auguri per il compleanno di un'amica, indirizzò la busta, l'affrancò e scrisse poi alcune cose da comprare in drogheria. Mise entrambe le cose vicino alla suo borsa. Poi spalmò una crema sul viso e dopo una crema idradante, si pulì i denti con lo spazzolino e con il filo interdentale e si fece le unghie. 
Hubby, suo marito chiamò: 
 - Pensavo che volessi andare a letto?!
 - Ci sto andando!
rispose lei. Mise un po' d'acqua nella ciotola del cane e buttò fuori il gatto per poi
controllare che tutte le porte fossero chiuse. Aprì la stanza di ognuno dei figli, spense una lapadina sul comodino, appese una maglietta, buttò qualche calzino sporco nel cesto della biancheria ed ebbe una breve conversazione con uno dei figli che era ancora sveglio per fare i compiti. Quando arrivò nella propria camera da letto, mise la sveglia, preparò i vestiti del giorno dopo e accomodò la scarpiera. Aggiunse tre cose alla lista delle cose da fare il giorno seguente. 
In quel momento, il marito spense la TV e annunciò a nessuno in particolare: 
 - Vado a letto
e lo fece. 

Autore sconosciuto - tradotto dall'inglese


Se non ci fosse la mamma...

Mammamia! (2) Secondo aneddoto

Se non ci fosse la mamma...
Un giorno un uomo torna a casa dopo il lavoro e lì trova una confusione totale. I bambini sono nel giardino, ancora in pigiama e giocano nel fango. Per terra sparsi confezioni e involucri per alimenti vuoti. Mentre si avvicina alla casa trova un caos ancora peggiore. Piatti sporchi, mangime per il cane sparso sul pavimento, un bicchiere rotto sotto il tavolo e un mucchietto di sabbia vicino alla porta sul retro. In soggiorno sono sparsi giocattoli e abbigliamento e una lampada da tavolo è stata rovesciata. Si dirige verso la scala, camminando fra giocattoli, per cercare sua moglie. Comincia a preoccuparsi che lei sia malata o che le sia successo qualcosa di grave. La trova in camera da letto, ancora in pigiama, sdraiata, leggendo un libro. Lei alza lo sguardo su di lui, sorride e gli chiede come era andata la giornata. Lui la guarda disorientato e chiede: 
 - Che cosa sta succedendo qui? 
Lei sorride nuovamente e risponde: 
 - Ti ricordi che ogni giorno quando arrivi a casa mi chiedi che cosa ho fatto durante il giorno?
 - Si
rispose lui. E lei: 
 - Ecco. Oggi non l'ho fatto. 
Autore sconosciuto - tradotto dall'inglese

TECNOLOGIE...

Monumento alla lavatrice

(da un articolo di Giovanna Zucconi La Stampa di martedì 11 dicembre)
 
E da Gente di Torino:
Forse perché ha appena 14 mesi, e in cima alle sue priorità ci sono cose come la pappa, la nanna e la lavatrice, che se fosse per lui dovrebbe girare ventiquattr’ore su ventiquattro.

L'inventore della lavatrice fu un teologo settecentesco di Ratisbona; nelle prime réclame americane era vista come un'etità maschile e perfino maschia
a good washer is like a good man
e ora il sindaco di Moiola nel Cuneese annuncia che erigerà un monumento in suo onore
non è stata la pillola ma la lavatrice ad aver liberato ed emancipato le donne
sostiene.
Malgrado tante attenzioni virili sarebbero però le donne a dover render grazie al parallelepipedo, ad adorarlo come il totem del tempo ritrovato. Se solo non avessero, non avessimo, dimenticato in fretta, frastornati come siamo e lamentosi contro il logorio della vita modena, com'era il logorio della vita premoderna. ...
Se mai riuscissimo a scender dalla giostra (o forse è una centrifuga) dei consumi, la testa ci girerebbe troppo: non capiremmo che cosa ci è capitato in un paio di generazioni appena. Ed è un peccato. E' un peccato non sia esistito un Carducci che estendesse il suo elogio del locomotore (Inno a Satana) anche alla lavatrice. Dalla ingnuità idolatra del positivismo e di tutti i progressismi che in ogni motore e aggregato di ferraglia vedevano il Mito incarnato, siamo passati troppo in fretta a una delusa malinconia. E' come se, insieme con l'aria e le acque, fosse inquinato anche il piacere di aver liberato tempo ed evitato fatica grazie all'automazine. Ora che l'Ottocento è finito da un pezzo e il Novecento pure, il si stava meglio è diventato un automatismo, la nostalgia un rictus collettivo. ...
[Comunque]: insieme è una parola sciacquata via dalla lavatrice un elettrodomestico che, a differenza di radio, televisione poi computer, non collega con il mondo esterno. Tant'è che all'inizio le femministe dibatterono se non fosse un più evoluto strumento di segregazione domestica, anziché di liberazione. ...
Guardando però all'oblò non con il nostro sfiancato cinismo ma con l'entusiasmo delle tante piccole liberazioni che seguivano alla Liberazione, piace immaginare una donna seduta a leggere, mentre nello stanzino la lavatrice faceva il suo lavoro. ...
Meglio oggi. Oggi la figlia o nipote di quella donna leggente scrive
Enrica Asquer La rivoluzione candida. Storia sociale della lavatrice in Italia (1945-1970)
Racconta, fra molto altro, che gli italiani nel dopoguerra comprarono prima il frigorifero e poi la lavabiancheria (60 contro 2 nel 1956). Perché la fatica andava esorcizzata ma la fame ancora di più.

La favolosa bellezza della tecnologia!

cercare le favolose luci dell'albaE scopri che non sei un caso isolato. Ce ne sono tanti come te. E siamo tutti compagni di viaggio.
Guru o che?
Non sono un guru se si presuppone che un guru ha la sua verità, l’ha scoperta, conquistata e ora la detiene e la può dispensare ad altri. No, in questo senso, assolutamente, io non sono un guru.
Non mi dispiace sentirtelo dire. In fondo, preferisco che tu sia uno di noi. Uno come me.
Sono uno come te. Sai, si può dire, si dice, che stiamo cercando… vuol dire che mentre viviamo le cose che dobbiamo vivere, il lavoro, la situazione, i figli, la casa,… mentre stiamo vivendo la situazione, stiamo guardando anche oltre i confini, prendiamo sul serio quella specie di insofferenza, di irrequietezza che ci suggerisce che non è tutto qui, che c’è ancora altro e che noi non possiamo farne a meno.
E allora è avventura, ricerca.
E scopri che non sei un caso isolato. Ce ne sono tanti come te. E siamo tutti compagni di viaggio. Ecco. Non sono un guru. Sono un compagno di viaggio nella ricerca.
E oggi possiamo comunicare, per così dire, strada facendo.
Sì, la favolosa bellezza della tecnologia! Possiamo raccontarci a vicenda la nostra storia mentre la viviamo…
Cosa sottolineeresti, oggi, ai tuoi compagni di viaggio?
L’importanza di fare il primo passo. Di mettere in moto le gambe. Di uscire fuori della propria area di confort. Di mettere il naso fuori casa, nel gelo dell’inverno. Di rimettersi a pensare sulle domande dell’origine: cosa sto facendo? Dove voglio andre? Come posso fare un passo oltre?
Perché?
Perché è l’Altro che ci nutre. E ci fa crescere. E per trovare l’Altro, dobbiamo uscire fuori dal noi. E uscire con fiducia e con la voglia e la curiosità di rispondere a domande che non abbiamo mai sentito – e che tuttavia abbiamo sempre aspettato.
È questo che rende le giornate tutte nuove?
Le giornate del ricercatore non sono tutte uguali. Come per l’ubriaco, una mattina è l’inizio assoluto del tempo. Il passato se n’è andato. La storia delle radici non ha più significato. O ne ha un altro. Come quando incontri una persona nuova e t’innamori: è un’altra vita! E c’è la freschezza dell’erba bambina che rallegra i tuoi pensieri.
Cavolo!  Sì, veramente speciale! Fantastico! Quando scopri che puoi nascere oggi è come la fine del mondo! alla lettera! E l’anima ti esce fuori dalle orecchie. Credimi, è vita. Vita piena. Vita vera.
Il viaggio di ricerca è vita vera.
E emigrazione nella gioia.
Ora.
Eugenio Guarini Newsletter 11 dicembre 2007


Joy, il film di David O. Russell sulla vita dell'inventrice del mocio autostrizzante è un'iniezione di coraggio (FOTO, VIDEO)

Armata di senso pratico, determinazione e desiderio di riscatto da una vita difficile, nel 1990 la casalinga italo-americana Joy Mangano - divorziata e madre single di tre bambini - inventò il mocio, la scopa auto strizzante per lavare i pavimenti senza bagnarsi le mani. La sua storia di imprenditrice di successo è adesso un film (Joy, nelle sale dal 28 gennaio) diretto dal pluri-nominato agli Oscar David O. Russell e interpretato nel ruolo protagonista dall’energica Jennifer Lawrence, accompagnata da un cast d’eccezione con Bradley Cooper, Robert De Niro, Edgar Ramirez e Isabella Rossellini.
Il mocio è solo una delle invenzioni delle donne che hanno rivoluzionato il mondo femminile e hanno facilitato i compiti di mamme, cuoche e casalinghe. L’austriaca Margarete Schütte-Lihotzsky nel 1926 progettò la prima cucina componibile, grazie a un’altra donna, l’architetto Anna Keichline che due anni prima in Pennsylvania aveva brevettato il lavello da cucina coniugando il lavatoio per i panni con il lavandino. Ed è grazie all’americana Lillian Moller Gilbreth se oggi in cucina possiamo usare il mixer elettrico e il cestino della spazzatura apribile a pedale: inventati da lei nella prima metà del Novecento, insieme alle mensole per le porte del frigorifero. Sempre negli Stati Uniti, nel 1850 Amanda Jones aveva scoperto la tecnica per conservare il cibo in scatola: fu la pioniera dell’industria alimentare, dei cibi pronti che sollevarono le donne dal compito di cucinare tre volte al giorno. Tra spesa e fornelli sono invenzioni femminili anche la borsa a fondo quadrato e il doppio bollitore per la cottura a bagno maria, quest’ultimo ha origini antichissime, fu inventato dall’ebrea Bain Marie, da cui prende il nome, ad Alessandria d’Egitto nel periodo ellenistico. E che dire di Josephine Cochran che già nel 1886 in Illinois disegnò la prima lavapiatti, perfezionando un inefficiente prototipo in legno realizzato nel 1850 da un’altra donna americana, Joel Houghton. Nel 1893 la lavastoviglie iniziò a essere usata in alberghi e grandi ristoranti, solo negli Anni Cinquanta del Novecento diventò un prodotto di consumo negli Stati Uniti, mentre in Europa entro nelle case solo negli Anni Settanta, quasi un secolo dopo la sua invenzione. Dopo svariati e scomodi prototipi a manovella inventati da uomini, anche la lavatrice elettrica fu frutto del genio femminile: fu fabbricata nel 1906 a Chicago dall’ingegnere Alva Fisher e liberò dalla schiavitù del lavaggio a mano milioni di donne. All’afroamericana Sarah Boone si deve invece l’asse da stiro (1887) e il suo braccio per stirare le maniche delle camicie (1892). E a un’altra nera statunitense, Alice Parker, si deve l’invenzione più importante per rendere accogliente la casa: il riscaldamento centralizzato, realizzato nel 1919 in New Jersey con una caldaia a gas collegata a una rete di distribuzione idrica.
Ci sono poi invenzioni importantissime che hanno reso meno gravoso il compito di allevare i bambini: innanzitutto il pannolino - che oggi diamo per scontato ma che i bambini di inizio Anni 60, in Italia, non conoscevano ancora - brevettato nell’Indiana nel 1949 dalla geniale Marion Donovan, inventrice - tra 1951 e 1996 - di altri venti oggetti legati a vita e igiene femminile, tra cui le scatole per mettere gli indumenti negli armadi, il distributore per i fazzoletti di carta e quello per i dischetti di cotone per la pulizia del viso, l’archetto con il filo interdentale e l’elastico per le calze auto-reggenti. E poi lo «snugli», il marsupio per trasportare i neonati, che fu inventato nel 1969 dall’infermiera americana Ann Moore ispirata, dopo aver lavorato in Africa con il Peace Corp, dalla tecnica con la quale le donne africane trasportavano con disinvoltura i bambini sulla schiena avvolti in un tessuto. Nel campo dell’abbigliamento troviamo il reggiseno, inventato nel 1913 a New York da Mary Phelps Jacob, che liberando le donne dalla schiavitù del busto ha fatto fare molti passi avanti all’emancipazione femminile. E la mitica minigonna, disegnata a Londra nel 1964 da Mary Quant per la modella Twiggy: tagliando pochi centimetri di stoffa rivoluzionò il costume, era finito il puritanesimo, le donne erano libere di mostrare il proprio corpo.

MARCO MORETTI
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 26/01/2016.

Subject: RE: I: EPOCA FORMIDABILE: BILANCIO DI UN'EPOCA

Latte, burro e uova
1969:
Vai a prendere il latte dal lattaio, che ti saluta, con in mano il bidone in alluminio; prendi il burro fatto con latte di mucca, tagliato a panetti. Poi chiedi una dozzina di uova che sono messe in un vaso di vetro. Paghi con il sorriso della lattaia ed esci sotto il sole splendente. Il tutto ha richiesto 10 minuti di tempo.
2010:
Prendi un carrello del cavolo, che ha una ruota bloccata, che lo fa andare in tutti i sensi salvo in quello che tu vorresti, passi per la porta che dovrebbe girare, ma che è bloccata perché un cretino l'ha spinta; poi cerchi il settore latticini, dove normalmente ti ghiacci e cerchi di scegliere fra 12 marche di burro, che dovrebbe essere fatto a base di latte comunitario. E controlli la data di scadenza....
Per il latte: devi scegliere fra vitaminico, intero, scremato, nutriente, per bambini, per malati o magari in promozione, ma con la data di scadenza ed i componenti.... Lasciamo perdere!
Per le uova: cerchi la data di deposizione, il nome della ditta e soprattutto verifichi che nessun uovo sia incrinato o rotto e, accidenti!!! Ti ritrovi i pantaloni sporchi di giallo!
Fai la coda alla cassa, ma la cicciona davanti a te ha preso un articolo in promozione che non ha il codice.... allora aspetti e aspetti.... Poi sempre con questo carrello del cavolo, esci per prendere la tua auto sotto la pioggia, ma non la trovi perché hai dimenticato il numero della corsia....
Infine, dopo aver caricato l'auto, bisogna riportare l'arnese rotto e solo in quel momento ti accorgi che è impossibile recuperare la moneta.... Torni alla tua auto sotto la pioggia che è raddoppiata nel frattempo.... E' più di un'ora che sei uscito.
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Fare un viaggio in aereo

1969:
Viaggi con Alitalia, ti danno da mangiare e ti invitano a bere quello che vuoi, il tutto servito da bellissime hostess: il tuo sedile è talmente largo che ci può stare in due.

2010:
Entri in aereo continuando ad impigliarti con la cintura, che ti hanno fatto togliere in dogana per passare il controllo.
Ti siedi sul tuo sedile e se respiri un po' forte dai una botta con il gomito allo schienale del vicino. Se hai sete lo steward ti porta la lista e i prezzi sono stratosferici.

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Michele vuole andare nel bosco all'uscita da scuola. Mostra il suo coltellino a Giovanni, con il quale pensa di fabbricarsi una fionda.

1969:
Il direttore scolastico vede il suo coltello e gli domanda dove l'ha comprato, per andarsene a comprare uno uguale.
2010:
La scuola chiude, si chiama la polizia, che porta Michele in commissariato.
Il TG1 presenta il caso durante il telegiornale in diretta dalla porta della scuola.

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Disciplina scolastica

1969:
Fai il bullo in classe. Il professore ti molla una sberla. Quando arrivi a casa tuo padre te ne molla un altro paio.

2010:
Fai il bullo. Il professore ti domanda scusa. Tuo padre ti compra una moto e va a spaccare la faccia al prof!

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Franco e Marco litigano. Si mollano qualche pugno dopo la scuola.

1969:
Gli altri seguono lo scontro. Marco vince.
I due si stringono la mano e sono amici per tutta la vita.

2010:
La scuola chiude.
Il TG1 denuncia la violenza scolastica.
Il Corriere della Sera mette la notizia in prima pagina su 5 colonne.

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Enrico rompe il parabrezza di un auto nel quartiere. Suo padre sfila la cintura e gli fa capire come va la vita.
1969:
Enrico farà più attenzione la prossima volta, diventa grande normalmente, fa degli studi, va all'università e diventa una bravo professionista.

2010:
La polizia arresta il padre di Enrico per maltrattamenti sui minori. Enrico si unisce ad una banda di delinquenti. Lo psicologo arriva a convincere sua sorella che il padre abusava di lei e lo fa mettere in prigione.

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Giovanni cade dopo una corsa a piedi. Si ferisce il ginocchio e piange. La professoressa lo raggiunge, lo prende in braccio per confortarlo.

1969:
In due minuti Giovanni sta meglio e continua la corsa.

2010:
La prof è accusata di perversione su minori e si ritrova disoccupata, si becca 3 anni di prigione con la condizionale.
Giovanni va in terapia per 5 anni. I suoi genitori chiedono i danni e gli interessi alla scuola per negligenza nella sorveglianza e alla professoressa per trauma emotivo. Vincono tutti i processi. La prof disoccupata e interdetta si suicida gettandosi da un palazzo. Più tardi Giovanni morirà per overdose in una casa occupata.

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Arriva il 25 ottobre.

1969:
Non succede nulla.

2010:
E' il giorno del cambio dell'ora legale: le persone soffrono d'insonnia e di depressione.

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La fine delle vacanze.

1969:
Dopo aver passato 15 giorni di vacanza con la famiglia, nella roulotte trainata da una Fiat 125, le vacanze terminano.
Il giorno dopo si ritorna al lavoro freschi e riposati.

2010:
Dopo 2 settimane alle Seychelles, ottenute a buon mercato grazie ai "buoni vacanze" ditta, rientri stanco ed esasperato a causa di 4 ore di attesa all'aeroporto, seguite da 12 ore di volo.
Al lavoro ti ci vuole una settimana per riprenderti dal fuso orario.

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Come si dice: viviamo in un'epoca davvero formidabile!

Viviamo in un'epoca davvero formidabile?  Ed eccone le conseguenze: deliberatamente pericolose!

Questo non è un piacevole Raccontino, ma il risultato - molto triste - di un'indagine della Società italiana di pediatria, con cui collabora la Società italiana di medicina dell'adolescenza

Acrobazie col motorino, attraversamenti di autostrade a piedi e chi più ne ha più ne metta. Il 55% degli adolescenti in generale e il 61% dei teenager maschi compie deliberatamente azioni che sa essere pericolose e fonte di rischio. Il fenomeno è in costante crescita e le percentuali sono più alte fra i ragazzi che guardano molta televisione (più di 3 ore al giorno) e subiscono il fascino dei comportamenti spericolati che vedono mettere in pratica dai loro eroi televisivi. A riportare i dati è una nota della Società italiana di medicina dell'adolescenza. La notizia comparsa sulla stampa sui 13 ragazzi tra i 14 e i 16 anni intenti a 'giocare ad attraversare l'autostrada' per filmare l'impresa con i videotelefonini, è solo l'ultimo degli sconcertanti episodi che evidenziano il proliferare di comportamenti a rischio da parte degli adolescenti, commenta Silvano Bertelloni, presidente della società scientifica. Lo confermano i dati dell'indagine su abitudini e stili di vita degli adolescenti realizzata dalla Società italiana di pediatria, con cui collabora la Società italiana di medicina dell'adolescenza.
Filmare, rivedere in compagnia e, perché no, pubblicare su YouTube - afferma Maurizio Tucci, curatore dell'indagine - è un ulteriore incentivo per gli adolescenti a compiere imprese a rischio, in una sorta di 'televisionizzazione' della realtà, per cui qualcosa esiste e ha credito solo se ci sono immagini a descriverla. L'uso borderline del telefonino, oggi una vera e propria stazione multimediale, è sempre più diffuso tra gli adolescenti anche all'interno della sfera affettiva e sessuale con conseguenze spesso gravi: ricatti, commercio, delazioni. La scuola e la famiglia - sostiene Bertelloni - sono certamente i soggetti che per primi devono cercare di prevenire o correggere questi atteggiamenti che, oltre a esporre gli adolescenti a rischi, rispondono a un sistema dai valori certamente non condivisibili.
Sarebbe molto grave se fosse vero quanto riferito dalla stampa nel caso specifico, e cioè che alcuni genitori avrebbero difeso i figli contestando la decisione delle forze dell'Ordine di informare il Tribunale dei minori. Da parte nostra - conclude Bertellonic'è la consapevolezza di dover essere sempre di più un sostegno per le famiglie e un interlocutore diretto per gli adolescenti.



I pois dell'Ispettore (a proposito di test Invalsi)

(Il brano qui citato è ricavato da un ormai lontano racconto, uscito su Fuoriregistro.)
È così, credeteci, basta coi dubbi e non tirate fuori la storiella dei punti di vista e del sistema di valori di riferimento. Il valore di riferimento lo decide il valutatore e se v'hanno insegnato a leggere i fatti in un contesto, se avete imparato che esistono obiettivi minimi e massimi, che si può avere i numeri contro e vincere moralmente, se state appresso alla favola di Silvio Pellico che con le «sue prigioni» costò all'Austria quanto Waterloo a Napoleone, beh, snebbiatevi il cervello e prendete atto: Pellico era un «perdente», un contestatore da tre soldi che non seppe evitare la prigione. Gramsci era un «sovversivo» ed ebbe quello che si meritava. Il sistema di valori di riferimento era all'epoca quello fascista e conta quel conta.
La verità la dicono i vincitori e c'è una gerarchia. Se i vostri insegnanti non l'hanno capito, cercate di ricordare: al test che vi chiede se Gramsci finì in galera perché era un delinquente, perché lottava per la giustizia sociale o, che ne so, perché era un illuso sognatore, scartate l'illuso perché romantico non si porta, non optate per la giustizia sociale, perché di questi tempi come valore di riferimento è un disastro e andate sul sicuro: un volgare malfattore. Non potrete sbagliare.
A cosa e a chi servono i test? Servono per monitorare il Sistema nazionale d’Istruzione e confrontarlo con le altre realtà comunitarie ed europee. Ma che paragone sarà mai quello che confronta realtà così diverse tra loro? Un sistema che va per tagli lineari e disinveste, con uno sul quale s’è scommesso a suon di milioni?
La prima volta che ho incontrato l’Invalsi, eravamo a metà degli anni Settanta. Allora si chiamava ispettore, ma rispondeva come oggi a logiche di potere. Scienziato della borghesia, giunse in classe e non si annunciò. Era in terra di camorra, ma non lo sapeva. Chiese ai ragazzini irrequieti l’inno d’Italia e non ebbe risposta, trovò che quasi tutti scrivevano pensierini acuti ma erano “scadenti” nel dettato. Era lui che correva, pieno di sé, ma non riuscii a fermarlo. S’era fissato col suo impeccabile abbigliamento e insisteva:

- Di che colore sono i pois della mia cravatta?
Lo chiese a bruciapelo a un soldo d’uomo, e quello strinse i grandi occhi neri e li fece inespressivi. Era un segno di difesa minacciosa, ma nemmeno questo sapeva. Insistette con due di quelli più lindi e pinti e fu silenzio di tomba. Prima che aprisse ancora bocca, lo bruciai sul tempo
- State a sentire. L’ispettore vò sapè ‘o culore de’ palle ca tene ncopp’a cravatta.
Fu un coro immediato:
- Rosse e gialle! Rosse e gialle!
- Sono figli di povera gente, sibilai. Il francese non lo conoscono e i pois li chiamano palle!
Un lieve tic all’occhio, un saluto indispettito e se ne andarono via, lui, la cravatta e i pois. Uscendo, leggeva dal registro a voce alta una mia relazione: Qui è legione straniera. Un avamposto nel deserto. La scuola c’è per segnare un possesso: territorio della repubblica. Ci manca tutto, comanda la camorra. La mia cultura non serve: sto imparando il mestiere sulla pelle degli alunni.
Quando il Direttore mi chiamò, aveva un’ombra negli occhi e le labbra, curve in basso, disegnavano una piega amara. Si agitò un attimo, nel grigio doppiopetto trasandato e poi sbottò:

- Ma che mi hai combinato? Se n’è andato come un pazzo! Gliela do io la legione straniera! Gliela do io! Un pazzo pareva.
Raccontava senza nascondere un’ilarità compiaciuta e complice che gli sollevava la piega della bocca fino a disegnarvi un sorriso.
- Dice che il biennio non lo passi - proseguì provando a farsi serio. Avresti dovuto vederlo: se n’è andato furioso, ma non farà il cretino. Non ha gli elementi e lo sa.
Gli dissi delle palle sulla cravatta. Rise fino a congestionarsi, tossì e riprese fiato accendendo una sigaretta che lo rimise miracolosamente in sesto.
Sono passati decenni. C’è un’Italia che vive ancora così e forse peggio. L’Europa dell’Invalsi non c’è. E nemmeno lo Stato. E’ una lotta al coltello con la malavita organizzata. Naturale? Tutto quello che c’era di “naturale” è andato distrutto.
10/05/2013 dal Blog di Giuseppe Aragno
Uscito su Fuoriregistro



 Si diceva: i perdenti" e i "vincenti"?

Dizionario delle emozioni: la PAURA

C'è una parola in inglese che non conoscevo: CATERWAUL, cioè l'urlo delle passioni feline.
caterwaul   \KAT-er-wawl\   verb
1 : to make a harsh cry = cacciare un urlo fragoroso
2 : to protest or complain noisily = protestare o lamentarsi rumorosamente
An angry (or amorous) cat can make a lot of noise.= un gatto arrabbiato o in amora può fare un gran baccano.
 As long ago as the mid-1300s, English speakers were using "caterwaul" for the act of voicing feline passions. The "cater" part is, of course, connected to the cat, but scholars disagree about whether it traces to Middle Dutch "cāter," meaning "tomcat," or if it is really just "cat" with an "-er" added. The "waul" is probably imitative in origin; it represents the feline howl itself. English's first "caterwaul" was a verb focused on feline vocalizations, but by the 1600s it was also being used for noisy people or things. By the 1700s it had become a noun naming any sound as loud and grating as a tomcat's yowl.
CATERWAULLLLLL!!!!
(dalla rubrica "In campagna" autorei Alberto Camerano, in cronaca di Torino "Animalia" del 15 maggio 2013)


la gatta non tollera invasioni


E questa poesia è - addirittura!!! - di... Giacomo Leopardi
 (Recanati 29 giugno 1798 - Napoli 14 giugno 1837)

A Morte la Minestra

minestrina
                               Metti, o canora musa, in moto l'Elicona
                                e la tua cetra cinga d'alloro una corona.
                              Non già d'Eroi tu devi, o degli Dei cantare
                                ma solo la Minestra d'ingiurie caricare.
                             Ora tu sei, Minestra, dei versi miei l'oggetto,
                               e dirti abominevole mi porta gran diletto.
                            O cibo, invan gradito dal gener nostro umano!
                               Cibo negletto e vile, degno d'umil villano!
                            Si dice, che resusciti, quando sei buona, i morti;
                          ma il diletto è degno d'uomini invero poco accorti!
                             Or dunque esser bisogna morti per goder poi 
                                di questi benefici, che sol si dicon tuoi?
                           Non v'è niente pei vivi? Si! Mi risponde ognuno;
                             or via su me lo mostri, se puote qualcheduno;
                            ma zitti! Che incomincia furioso un tale a dire;
                             ma presto restiamo attenti, e cheti per sentire:
                                 "Chi potrà dire vile un cibo delicato, 
                            che spesso è il sol ristoro di un povero malato?"
                           E' ver, ma chi desideri, grazie al cielo, esser sano 
                               deve lasciar tal cibo a un povero malsano!
                               Piccola seccatura vi sembra ogni mattina 
                               dover trangugiare la "cara minestrina"?

Giacomo Leopardi
(Segnalata e tradotta anche in tedesco: 
Helmut Endrulat: Giacomo Leopardi, wie man ihn kennt: Alla Luna/An den Mond und wie ihn nur wenige kennen dürften: La minestra/Die Suppe )
 

In fin di desinare

Come trovo dipinto il mio bambino
in fin di desinare e' uno sgomento!
Ha le patacche addosso a cento a cento
e la bocca color di stufatino.

Ha il nasetto, si sa, tinto di vino
e sulla fronte un po' di condimento,
e uno spaghetto appiccicato al mento,
che gli penzola giu' sul grembiulino.

E sfido! in tutto pesca e tutto tocca,
e si strofina la forchetta in faccia
e stenta un'ora per trovar la bocca…

E son tutti i miei strilli inefficaci:
egli, vecchio volpone, apre le braccia,
ed io gli netto il muso co' miei baci.
NOTA
Edmondo de Amicis, nacque a Oneglia il 21 ottobre 1846 e morì a Bordighera l'11 marzo 1908. Il suo nome e' legato soprattutto al romanzo Cuore del 1886, una specie di diario giornaliero dei fatti accaduti in una terza elementare. Lo scritto ha avuto fama e diffusione notevole fino a oltre la meta' del XX secolo, quando subì una stroncatura, forse non del tutto meritata, da parte di Umberto Eco. Infatti, secondo altri critici, il romanzo, per quanto scritto in modo edificante, riflette fedelmente la dura e contraddittoria realtà' della prima fase dell'Unità d'Italia. Oggi è possibile leggerlo anche in audiolibro, in rete e in edizione per ipovedenti. Giornalista e scrittore per vocazione, De Amicis dovette intraprendere dapprima la carriera militare (partecipò alla battaglia di Custoza della terza guerra d'indipendenza nel 1866), che abbandono' negli anni successivi, dopo i primi successi letterari. Dall'esperienza nell'esercito trasse gli scritti di La vita militare (prima edizione nel 1868; definitiva nel 1880); tra gli altri scritti famosi all'epoca si segnalano il Romanzo di un maestro (1890) e Fra scuola e casaPrimo Maggio, che, scritto tra il 1891 e il 1894, fu pubblicato per la prima volta nel 1980, rappresentando, a detta di alcuni, un interessante caso letterario e politico. (Vedi anche il divertente e ripubblicato molte volte Amore e ginnastica, l'inaspettato: Gli effetti psicologici del vino e i numerosi libri di viaggi.)

(1892). Nel 1890 De Amicis aderì al movimento socialista, nel quale milito' fra i riformisti di Filippo Turati. All'ideale socialista si deve il romanzo
La poesia riportata sopra si trova anche a questo indirizzo:
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Uno spazio alle PIANTE e ai fiori

Un bagliore arancione

HO VISTO COSE 14/12/2012 Ho visto cose...
GIUSEPPE CULICCHIA
Ho visto cose che noi umani… Per dire: sere fa pioveva come a Torino non piove poi così spesso, e mi trovavo a passare per via Stampatori, e a un tratto ho avvertito un bagliore in lontananza, verso via Cernaia, ma non si trattava delle scintille prodotte dal pantografo di un tram: il bagliore infatti era arancione, non biancoblu, e costante anziché temporaneo.
Così ho fatto una deviazione, e quando sono arrivato all’altezza dei giardini Lamarmora mi sono trovato di fronte a uno spettacolo inatteso. Era lo spettacolo gratuito offerto dalla pioggia, dalla brezza, dagli alberi, dalle loro fronde e dalle loro foglie. La pioggia e la brezza, abbattendosi sulle fronde degli alberi, facevano piovere a terra decine, centinaia di foglie arancioni. E lungo i vialetti del giardino, e sui gradini di accesso, il tappeto arancione diventava di minuto in minuto più spesso, trasformando quest’angolo di città in una fetta di bosco. 
Ecco che cosa ci vuole, mi sono detto. Bisognerebbe riempire di porzioni di bosco, o almeno di giardino, tutta la città, a partire dalle vie e dalle piazze pedonali del centro. Via Garibaldi, via Lagrange, via Carlo Alberto. piazza Bodoni, piazza Vittorio, piazza Carlo Alberto. Provate a chiudere gli occhi. Provate a immaginarvele con file ordinate di platani e ippocastani. Platani e ippocastani in luogo dei dissuasori in cemento, e panchine, panchine dappertutto. In via Lagrange le hanno già messe, e ci si chiede come potessimo farne a meno, prima. Ma con gli alberi a dar frescura d’estate? Controindicazioni estetiche nessuna, vista l’eterna fiera con tanto di capanni a cui devono sottostare le suddette vie e piazze. Indicazioni anche terapeutiche molte:
guardare gli alberi fa bene, e gli alberi producono ossigeno, non polveri sottili.

Semi fortunati

convivenza allegra
CONVIVENZA ALLEGRA

convivenza armoniosaCONVIVENZA ARMONIOSA

convivenza che sa adattarsiCONVIVENZA CHE SA ADATTARSI

E un'altra "convivenza" più in grande: all'incirca questa primavera è nata, nel vaso delle primule e del basilico (a proposito, altra convivenza serena) una pianticella che è cresciuta bella tranquilla ed ora assomiglia in modo inquietante agli aceri che ci sono di fronte a casa mia.
Un seme che ha la forza di volare o di farsi trasportare, fa lo stesso, oltre la strada, fino al terzo piano, nell'unico balcone, in quella stagione, con la terra e di caderci proprio dentro anziché sulle piastrelle, secondo me merita un bel vaso tutto suo, vero?
E poi magari scoprirò che è proprio un acero che mancava alla composizione... Se fosse sempre così semplice aiutare la vita a crescere...




Copertina della prima edizione di
Bambini di IERI = adulti di oggi. Adulti di oggi - adulti di DOMANI
coperina prima edizione

Dopo la pubblicazione dei libri - italiano e inglese - gli aggiornamenti sono già iniziati e molti altri ne verrano fatti: questo file Aggiornamenti e novità li ELENCA di volta in volta - con in testa il più recente - seguendo soprattutto le variazioni concrete dei file rinnovati: per novità di contenuto ma anche per risistemazione dello stile e riorganizzazione dei paragrafi e illustrazioni. Ma se nell'elenco non verranno presentati quelli semplicemente corretti nei link non più attivi, si consiglia di considerare ancora con attenzione le più importanti passate modifiche che man mano si stanno spostando in coda nell'elenco. Ad ogn modo ogni immagine che proponiamo si costituisce anche come link: e come per ogni altro link, le immagini vengono di continuo monitorate e aggiornate.
Ma intanto gli aggiornamenti necessari continuano ad essere praticamente incessanti per cui rendono via via ... quasi "obsoleto" il testo pubblicato. Il sito può seguire e temporaneamente integrare queste innovazioni ed è appunto predisposto a questo scopo, ma così si amplia in modo eccedente le dimensioni di
un solo volume: alcuni file - già pubblicati come capitoli del libro ENCICLOPEDICO sono in via di venir pubblicati AGGIORNATI in una nuova veste editoriale: come volumetti TEMATICI di un centinaio di pagine ciascuno  contenenti per singoli agomenti i capitoli ormai superati del libro Bambini di IERI= Adulti di oggi. Adulti di oggi-> Adulti di DOMANI
Il nuovo file Considerazioni e conclusioni / To complete and to outline per l'importanza dei suoi apporti teorici sarà l'ultimo capitolo di tutti i nuovi libretti.
Il primo di questi "libretti tematici" è Infanzia un mestiere difficilissimo, il secondo in ordine di tempo - non di contenuto - è Consapevolezza e memoria con file/capitoli molto AGGIORNATI sia in html che in pdf raggiungibili in rete: ESPERIMENTI SU BAMBINE/I a Quando la cartella clinica è terapeutica... Dare ai ricordi una specie di seconda vita?, Medicina: scienza applicata e multidisciplinare: Emozioni, istinti, ricordi, contraddizioni ed anche al capitolo che dà il nome al libro: Consapevolezza e memoria
I capitoli dei vari libri molto più completi dei file in .htm si possono scaricare anche dal sito
a partire dai relativi link, ma anche tutti i nuovi volumi possono esser acquistati come veri "libri", ma anche i relativi pdf possono venir SCARICATI e stampati a proprie spese dall'utente:

Il terzo volume - che sarebbe il secondo in ordine logico non cronologico - è La casa e i suoi abitanti: dal concreto al sublimato, dalle fasi di sviluppo dei bambini agli impegni dei "grandi". Ultimo in preparazione: Controversie e ripensamenti.

Seconda edizione:
Cortina Torino
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Raggruppati per singoli agomenti, aggiornati e completati, i capitoli ormai superati del libro Bambini di IERI= Adulti di oggi. Adulti di oggi -> Adulti di DOMANI sono presenti in volumi separati a cominciare da Infanzia un mestiere difficilissimo in cui il file Considerazioni e conclusioni / To complete and to outline come V capitolo offre una sintesi organica e riassuntiva di tutti i problemi in discussione.
 
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Infanzia:un mestiere difficilissimo Copertina libro Infanzia
Consapevolezza e Memoria


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Consapevolezza e memoria
ESPERIMENTI SU BAMBINE_I.PDF
Quando la cartella clinica è terapeutica... Dare ai ricordi una specie di seconda vita?
Medicina: scienza applicata e multidisciplinare: Emozioni, istinti, ricordi, contraddizioni
Danza-del-tempo. Giornata.pps
Danza lenta
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Presentazione-libri
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bambini e gattinibambine e cagnolini Bambini? Il NUOVO che avanza...
Immaturità?
L'infanzia non esiste. Esiste lo sviluppo
e lo sviluppo è cambiamento liberatorio



DaIla famiglia preistorica alla famiglia utopistica

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La casa e i suoi abitanti: dal concreto al sublimato, dalle fasi di sviluppo dei bambini agli impegni dei "grandi"
Cosa ho in comune io con gli schiavi?
Piero, Ada e la scuola della libertà

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Consapevolezza e memoria

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Infanzia: un mestiere difficilissimo

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