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Che cos’è il ‘lavoro emozionale’?

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Che cos’è il ‘lavoro emozionale’? diBattistina Costantino è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.
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29 dicembre 2016


Premessa

Questo file "ospitato" scritto da un altro Autore è un capitolo significativo e qualificante - il 22° - del il libro: Bambini di ieri = adulti di oggi. Adulti di oggi -> adulti di domani

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(Testo originale)

Che cos’è il ‘lavoro emozionale’?

Conservandone le modalità d'uso dei caratteri grafici - virgolette ad esempio - e la formattazione e senza l'aggiunta di links, questo file/capitolo riproduce integralmente e fedelmente un articolo-rielaborazione dell'intervento al Seminario organizzato dal Coordinamento europeo delle donne (CED) e dal Coordinamento donne della funzione pubblica C.G.I.L. di Torino Pari opportunità per il lavoro di cura: prospettive europee, Torino (20-21 febbraio 1992 di:
Costantino Battistina
Dipartimento di Scienze Sociali, Università di Torino, Via Sant'Ottavio 50 10131 Torino Italia)


Indice interno:

Pensiamo d’essere come Florence Nightingale -
dure, scaltre, potenti, autonome ed eroiche.
Fagin e Diers (2)

Abstract

L'espressione ‘lavoro emozionale’ viene usata frequentemente nei discorsi ‘tra donne’, e compare sempre più anche nelle pubblicazioni scientifiche. Non ha mai fatto parte del linguaggio ufficiale del lavoro, è qualcosa di nuovo. In questo articolo sostengo che i significati più frequenti che il "lavoro emozionale" assume ne individuano l'impianto e la struttura complessiva. Dimostro inoltre che il lavoro emozionale può essere concepito come avente uno statuto autonomo rispetto al 'lavoro manuale' e al 'lavoro intellettuale'. Con notevoli conseguenze sull'analisi del lavoro e la valutazione del suo valore, mai finora prefigurate.

1. Significati di ‘lavoro emozionale’.
Il termine ‘lavoro emozionale’ viene impiegato in quattro significati principali, come segue:

1.1 Lavoro emozionale come prodotto.

        Nicky James, in uno stimolante saggio dedicato al "lavoro emozionale", lo definisce come “il lavoro coinvolto nell'affrontare i sentimenti delle persone, di cui un elemento centrale è la regolazione delle emozioni" (James, 1989:15), che ella afferma "lavoro sociale" (ib.:19). Il "lavoro emozionale" indica qui essenzialmente il risultato (l'emozione altrui trasformata dal processo produttivo), l'espressione viene usata cioè allo stesso modo in cui si dice : "è un lavoro artigianale", o "ha fatto un bellissimo lavoro".
        Durante il Convegno "Le donne e il 1avoro di cura" il termine ("lavoro emozionale") veniva impiegato in un senso assai ampio, riferendosi ai “lavori di cura e di servizio” tout court. (Quest'uso non compare però nelle relazioni scritte). Essi furono definiti da Jessica Ferrero, come "tutti quei lavori che hanno per oggetto la persona umana... quali l’assistenza a un anziano, l'educazione di un bambino o la cura di un malato". Cura è "1'accudimento sotto tutti gli aspetti, dai più materiali a quelli psicologici" (Coordinamento...,1990:7). Anche questa definizione; come quella di James, indica l'oggetto del lavoro ( la "valorizzazione della persona umana", ovvero anche la sua "manutenzione" ( ib.:8).
        Seguendo queste definizioni, sono produttrici di lavoro emozionale la mamma come il prete o l'insegnante, la sindacalista, il caporeparto, l'allenatore e la romanziera...; Giovanna d'Arco ha posto qui: in/coraggiando i soldati li rende disponibili a tornare in battaglia.

1.2 Il lavoro emozionale come sforzo soggettivo e abilità

        Ai prodotti emozionali come prima definiti, in  James corrispondono letteralmente i "lavoratori emozionali" (James, 1989:19). Nelle discussioni durante i1 Convegno sopraccitato l'espressione equivalente "faccio un lavoro emozionale" era moneta corrente ( e ci si intendeva). Un’espressione che, anche qui, non è messa per iscritto: anzi qualcuna disse che l'espressione "per l'esterno" era "lavoro di relazione". Per indicare le capacità necessarie, attivate per compiere questo lavoro, esiste una varietà di termini, usati spesso come sinonimi, fra cui innanzitutto: "percezione acuta e oggettiva", "coscienza della situazione", "sensibilità", e "conoscenza intuitiva" (considerata da molti come forma suprema d'intelligenza). Chi la possiede non s'arrovella, seguendo lenti processi mentali, ma sa, 'vede' con chiarezza. Sarebbe l'emozione della persona a suscitare l'emozione dell'altra: basta talvolta l'entusiasmo d'un ragazzino, scriveva Fourier (1980:30) riferendosi a Giovanna d'Arco, per esaltare gli animi! Dicendo "lavoro emozionale" si sta dicendo (è tautologico?) che esistono lavori che si basano sulla potenza ovvero sulle potenzialità del cuore.) E si chiamano emozionali perché l'emozione è l'espressione sensibile (a volte visibile), della percezione.         La nota sociologa Jessie Bernard (1981:215) indica con "cuore caldo” una qualità di lavoro richiesta nel settore dei servizi. Altre espressioni impiegate sono: "lavoro d’amore”, "lavoro sentimentale", "lavoro del sorriso", “lavoro di conforto"...; Luce Irigaray (1985:142) parla della "fecondità della carezza"; in un saggio recente Lynch  considera il "lavoro di solidarietà" (come lavoro di creazione e manutenzione di rapporti umani  per se, ad esempio d'amicizia) come parte del "lavoro emozionale" (Lynch, 1989:7).
        Ancora vi è la capacità di coinvolgersi, l’empatia. La spiegazione data con gravità da una donna del perché il suo lavoro fosse emozionale è stata: "Perché c'è il coinvolgimento!" Ci si apre alla situazione e si partecipa da dentro, così che si sentono le stesse cose dell'altro. E' l'eccezionale percezione, la cui validità (il cui valore) si dimostra sul campo.
         Esistono infiniti livelli di empatia e infinite forme di applicazione relative alle necessità di lavoro. Possiamo notare le differenze tra i lavori in cui vi è osservazione/percezione e intuito, ma distacco/distanza (anche fisica) più o meno grande: tra quello del cappellano d'ospedale, dell'analista o del medico, del commerciante, del padre pauroso, della madre coraggiosa, impressionabile. Si è detto come in molti casi chi svolge funzione terapeutica deve sperimentare lui stesso "i sentimenti rimossi, le fantasie o altro" da parte del paziente in modo che quest'ultimo diventi a sua volta capace, identificandosi col terapeuta, "di integrare esperienze analoghe nel funzionamento del proprio Io" (Searles, 1992:118). La professione infermieristica svolge molte delle sue mansioni toccando fisicamente i  pazienti. Nel contatto il tatto, la percezione sensibile, diventa tangibile, è messa alla prova davvero. "Non mi sento più autenticamente disponibile ad essere sommersa da bambini che bavano e sbavano" (così parlava una donna che lavorava da molti anni con bambini handicappati).
        Ci sono altre capacità "del cuore" impiegate nel lavoro? Indagare in questa direzione sarebbe importante. Ve ne sono alcune riconosciute. Per esempio il coraggio (“forza dell’anima”) e la pazienza. "L'attributo del coraggio è presupposto dell'efficienza di alcune istituzioni sociali come l'esercito, la polizia, ecc." (Dalla Volta, 1974: voce Coraggio) Ma è questa l'unica forma in cui si manifesta? Per quanto riguarda il lavoro di cura, oltre al coraggio di coinvolgersi, penso, ad esempio alla capacità di vincere se stessi per affrontare lo sporco (viene subito in mente la "padella") e il fetido o anche il contatto coi morti: aspetti che provocano disgusto e/o paura nella maggior parte delle persone. O ai rischi psico-fisici che possono corrersi nel contatto con malati infortunati, vecchi, moribondi...!         
        Possiamo valutare il valore di certe mansioni di lavoro considerando quanto costi vincere se stessi per farle. Un’ infermiera al suo primo giorno di lavoro fuggì urlando quando guardò la vagina cancerosa di una donna ("vidi un'orchidea", spiegò più tardi). Una psicologa raccontò le crisi di vomito, il tremito e il sudore provate da lei e da sua madre per lavare il pus d'odore insostenibile dalla schiena della nonna. "Non mangiai per una settimana." Una dura prova che fu superata da lei "credo d'essere stata aiutata forse dall'amore che avevo verso la persona curata, perché l'adoravo, ma soprattutto dalla pietà per il corpo sofferente..."), ma non dalla madre (3).
Vi è una divisione del lavoro che protegge oggi i medici e i chirurghi dagli aspetti più duri del lavoro, e non sol/tanto dallo sporco. Come ha notato acutamente Mary Daly ( 1978:277) il chirurgo opera, taglia il malato in anestesia, ma è l'infermiera a esser presente alle sue sofferenze da sveglio, e persino a provocargli dolore nel cambiarlo, disinfettarlo etc.
        Ho sentito parlare di infermieri (maschi) a Torino, che si rifiutano di lavare i malati: mostrando insensibilità, cioè incapacità professionale. (Sarà per il coraggio richiesto che soltanto nel servizio militare gli uomini lavano lo sporco, arrivando alla più profonda umiltà?)

         Al contrario i medici dell'antica Grecia non lasciavano a nessuno le mansioni che noi oggi consideriamo infermieristiche, per non cedere 1"'onore della guarigione"!( King: 15;22)
        E’ rilevante notare come si chiami coraggio ac/creditato) in un uomo, quello che in una donna chiamano amore (s/creditato)!
        Si è affermato più volte che la resistenza/la pazienza è una qualità importante nei lavori di cura (ma anche nei lavori “ripetitivi” "manuali" o anche nei “pazienti lavori di ricerca”, "intellettuali").

        L'essere a disposizione o in attesa ( ad esempio aspettare quattro-cinque ore che la placenta venga naturalmente fuori), tenere la mano in silenzio, lasciare che il malato vi si aggrappi... L'attesa non è passiva: occorre sop/portarla; "pazienza nel senso più elevato è forza contenuta" (I Ching, esagramma 64); è una capacità del cuore finora non soltanto non riconosciuta nei lavori "femminili" ma svalutata rispetto all’agitazione e all'incapacità.
         Occorre aggiungere che le “attitudini” femminili per il lavoro ripetitivo spesso nascondono mansioni pesanti e nocive accettate dalle donne solo per mancanza di alternative.
        Possiamo considerare l’onestà (di cui parlo qui perché legata al ‘cuore’, sede della coscienza) come qualità lavorativa. Essa è richiesta generalmente in ogni lavoro (onesto) e in particolare, ad esempio, nel lavoro di polizia. Di recente Carla Artusio ha rilevato come nel contesto dell’industria privata “i criteri che i capi tengono presenti per l'assegnazione di determinati lavori", di "compiti anche molto delicati, come le operazioni di cassa o la gestione del pagamento delle retribuzioni" sono la moralità, l’onestà, la lealtà, la coscienza (Artusio, 1991-92:257). I  "capi" hanno la convinzione che "le donne possiedono un codice morale più saldamente radicato di quello degli uomini" e che sono al di sopra delle tentazioni. Forse qualche uomo "se n'era andato col malloppo", in ogni modo si possono trovare quasi esclusivamente donne come contabili, o all’ufficio paghe. (ib.:259-260)

1.3 Il lavoro emozionale come lavoro stressante.

       Un altro significato importante e comune del termine è “lavoro che implica sofferenza” che fa sentire emozioni dolorose, penose. Coivolgimento/sconvolgimento spesso si sentono insieme. Ma le lavoratrici sentono anche il bisogno di mettersi emotivamente in gioco. Le educatrici d’asilo nido, per es., rivaleggiano tra loro per accaparrarsi i lavori che implicano più contatto coi bambini e lamentano d’esserne distolte dall’eccessivo lavoro di far ordine e pulizia (Giacomini, 1982:63). Non c’è forse gioia nell’impiegare la parte emozionale, fino a un certo punto? La perdita energetica intellettuale, fisica, emozionale ci può dar gioia (un pò come l'orgasmo). Ci sono eventi-anche piacevoli a volte - che mettono il cuore a dura prova, si può sentire vero e proprio dolore e perfino, si può morire di crepacuore, come medici e sociologi affermano (Barbagli, 1990:290). Del resto ci si può aspettare che ad una comprensione ampia e fulminea corrisponda una fuoriuscita energetica improvvisa e potentissima, a volte un'esplosione distruttiva. Mentre ai lenti ragionamenti della mente corrisponderà un'usura più lenta, e così anche si può dire per il corpo (al contrario, la ripresa emotiva può essere più lenta e difficile). E' un discorso di equilibrio. Ci sono lavori che drenano l'emozione anche in poco tempo, per es. curare malati in fase terminale, bambini leucemici che si è cominciato a curare quando ancora avevano un aspetto sano e poi si vedono deperire e morire...   
         Nel significato appena espresso "lavoro emozionale" definisce l'effetto del lavoro sull'emozione, dunque a tutti i lavori perché in tutti esiste questo effetto, in misura più o meno grande.
        Aspetti di sofferenza emotiva sono anche presenti nel lavoro "intellettuale": per es. Andrea Dworkin, dopo aver scritto un libro sulla pornografia disse che quel materiale ( visivo e non, con cui aveva dovuto convivere per tre anni) le aveva rovinato la vita (I981:302-304). E G. Legman (1971:45) testimoniò come tra il pianto e il riso compose la sua voluminosa opera sulla "logica della barzelletta sporca”.

1.4. Il lavoro emozionale come ‘lavoro su di sè’. 

       Il lavoro di osservazione/percezione è anche lavoro su di sé ed è certo più intenso quanto più la sfida dell'emozione è alta, perciò è una parte significante di questi lavori. L'espressione 'lavoro emozionale' indica quest'attività su di sé, nell'uso accreditato ufficialmente -nel vocabolario psicanalitico- per elaborare/digerire dentro di sè le proprie stesse emozioni. E' anche un'espressione usata nel lavoro di ricerca interiore, spirituale. Di questo 'lavoro emozionale' si è parlato nel Convegno vedendolo come un'attività da fare coscientemente, sia per "superare i limiti delle tue modalità di approccio alle persone, influenzate da quelli che sono i tuoi vissuti, modi di essere, esperienze" (Coordinamento..., 1990:37), che ci rendono incapaci di percepire l'altro per quello che è, sia come necessità di acquisire distacco, per essere coinvolte e forse travolte, ma non stravolte. Ci si chiede quali siano gli strumenti adeguati per rispondere a questi bisogni di "capacità introspettiva", senso dell'umorismo, saggezza... che sono stati espressi anche chiedendo una "formazione all'elaborazione del disagio e del lutto.")
        Il bisogno di acquisire maggiore capacità di lavoro su di sé assume forme diverse per le differenze fra i lavori – come gli attori, che l'attrice Stefania Sandrelli chiamò “atleti dell’emozione”, gli atleti professionisti, i reduci di guerra, la "semplice" casalinga maschio o femmina, il lavoratore fisso nel turno di notte, il pompiere, la dattilografa apparentemente silenziosa, le infermiere. E sarà più o meno impellente o richiedente anche per differenze individuali, e inoltre di settore, e di società e per un'intera cultura, essendo presumibilmente più alto in Occidente per l'accidentalità e meccanicità cui è lasciata l'educazione dell'emozione (4). E' stato rilevato che in India (Somjee, 1991:36) e Giappone (Hendry and Martinez, 1991:64) le infermiere sono interessate al benessere del malato, ma più distaccate" che in Inghilterra. Proprio la scarsa abilità sociale  a educare l'emozione indica il grande valore del lavoro, poiché si è gettati allo sbaraglio rispetto ai lavori manuali e intellettuali i cui processi di lavoro sono più consolidati e certi.

2. Il lavoro emozionale come lavoro concreto.
                                                                                      
                                                                  L’amore ha la sua gravidanza nel cuore.
                                                                                                  (Detto africano.)

      Le energie implicate in queste capacità sono le energie “del cuore” (un muscolo, come il cervello, l’utero …), non esplicitamente inclusa (ma includibili) nella definizione più comprensiva di lavoro che ho trovato: “per quanto diversi possono essere i lavori o le attività produttive utili, è una verità  fisiologica che essi sono funzioni dell'organismo umano, e che tutte queste funzioni, il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali ecc. umani" (Marx,1965:68). Queste energie si manifestano come immediata percezione in ogni attimo di vita, costantemente, cosi come le mani o il cervello sono lì per noi. Ma nel lavoro noi "imprestiamo" la forza percettiva, che si impiega ( si "oggettiva") nel farsi del lavoro. Così come la mente si può applicare volontariamente su un certo soggetto (ad esempio mettendosi a leggere) sapendo che poi spontaneamente farà il suo lavoro, penserà, così è anche per l'emozione: la si "espone" ponendosi nelle situazioni in cui c'è bisogno, e sarà attenta e comprenderà. (Se c'è la volontà, anzi la voglia, il desiderio, la motivazione...)
        Costa tempo, per quanto volatile l'e/mozione possa essere (mai lenta o pesante come la mente o il corpo). Se si volesse, si potrebbero anche stabilire, almeno in qualche misura, dei tempi standard, una combinazione di quantità/qualità del lavoro: "Mettiamo che ne arrivi una [ donna in prostituzione, interiormente svuotata da rapporti senza scambio, coi suoi clienti nda ] e che abbia bisogno di un po’ d'amore, tipo tenerezza: ci vogliono almeno un paio d'ore." (Millet, 1977:69).
        Costa fatica, lo abbiamo visto. E l'utilità è evidente: quando vogliamo tirar su il morale della vecchietta che si sta lasciando andare, e lei finalmente ha voglia di mangiare, potremo dire: ho lavorato bene! abbiamo raggiunto lo scopo! Lo scopo qui è togliere pesi, sollevare i cuori, nutrire lo spirito, "dare forza a chi ne ha bisogno", destare il desiderio d'apprendere o "far emergere le emozioni dei ragazzi per la brava insegnante..." In base allo scopo si scelgono i contenuti e le tecniche, le difficili pratiche del lavoro emozionale. "Vi sono circostanze in cui si cerca consiglio, in altre è richiesta azione, in altre ancora un senso di prospettiva, di 'giustizia', deve essere stabilito” (James, 1989:26). "Il consolare, il confronto, il senso dell'humour, l'empatia o l'azione può essere appropriato a seconda delle circostanze" (ib.27) (5). "Le carezze possono probabilmente essere considerate stimoli innati di calma e senso di tranquillità" (Frjida, 1989:381). E' stato osservato come "pazienti che gemevano in apparente sofferenza sembravano sentirsi meglio per almeno trenta minuti dopo il contatto della mano dell'infermiera..." (Autton, 1992:93). J.J.Linch ha misurato “1’effetto positivo del contatto dell'infermiera sulla frequenza del battito del comatoso e curatizzato" (ib.:1992:99,101).
        Non è dunque un'idea cervellotica: questo lavoro ottempera a tutte le condizioni che definiscono il lavoro utile: le energie, il loro impiego volontario, il tempo, lo scopo. E' certo un "lavoro utile" ( a volte questione di vita o di morte), e "sociale" in quanto utile ad altri; e valevole in ogni società. L'irrazionalità denota soltanto il cattivo funzionamento di questa capacità. In questa, come in altre, si può esser più o meno bravi. La media delle capacità individuali contribuisce a stabilire il livello di sviluppo delle forze produttive in questi lavori.

3. Intellettualità e manualità.

      Le definizioni più generali del lavoro sono "lavoro intellettuale" e "lavoro manuale". I lavori che abbiamo chiamato emozionali si collocano ufficialmente all'interno di queste etichette: di fatto oggi la/il poeta o l’insegnante, l’analista sono catalogati come intellettuali, l'infermiere o la poliziotta, si tende a collocarli sul versante del lavoro manuale. Un indirizzo della politica di “valore comparabile” è consistita proprio nel ri-valutare le caratteristiche intellettive e manuali di questi lavori. In questo modo non si contestano le categorie sindacali di valutazione, ma ci si ricava uno spazio maggiore di prima -e subito!- inseguendole sul loro terreno. La parola ‘emotivo’ oggi farebbe ridere un sindacalista! Così si spiega, penso, il dire che l'espressione "per l'esterno", per indicare generalmente i “lavori di cura",  è “lavoro di relazione". E' forse troppo presto per mettere in crisi gli attuali criteri generali di classificazione del lavoro, consolidati se non altro dall'abitudine e dal potere? Si è cercato, dicevo, di rivalutare la prestazione, a volte tenendo un linguaggio asettico che non si discosti da quello conosciuto: "L'infermiere professionale deve essere in grado di svolgere innumerevoli attività tecniche di diversa entità. Ad esempio un'attività apparentemente 'povera', come quella di mobilizzare un paziente costretto a letto, presuppone conoscenze tecnico-scientifiche e abilità pratiche che permettono di muovere il paziente correttamente senza procurargli dolore, evitare vizi di posizione, piaghe da decubito" (Coordinamento..., 1990:64). E' stata anche giustamente notata la notevole tolleranza psico-fisica che deve avere un'infermiera per "esser sveglia all'istante a una chiamata, in piedi e funzionante per tutto il tempo necessario, e, poi, riaddormentarsi non appena può sdraiarsi di nuovo. Tutto ciò non ha mai trattenuto le infermiere, e le donne in genere, dall'ascoltare piene di rispetto i medici che piagnucolavano perchè il loro alto reddito era giustificato dal fatto di venir svegliati la notte per visitare i loro pazienti... Le donne dovevano alzarsi molte più volte, star su molto più a lungo, e non erano né pagate né ammirate per farlo." (Haden Helgin, cit. in Kramarae e Treichler, 1985: voce Nurse).
        Nel voltare l’ammalata dall'altra parte ( perchè la schiena purulenta e maleodorante sia lavata e profumata), cercando di risparmiarle dolore, è implicata non sol/tanto forza e destrezza, ma capacità di concentrazione, tatto e coraggio; in quei momenti il lavoratore è vigile a cogliere i bisogni della malata anche non immediati; deve necessariamente entrare in intimo rapporto con lei, "gestire" l'espressione delle sue emozioni e delle proprie...
        Se l'infermiera psichiatrica Laura non si fosse messa in gioco coi suoi sentimenti e le sue emozioni ("usando cioè me stessa come strumento di lavoro") delirando con Valeria "dalla rabbia impetuosa", non sarebbe stata utile all'ammalata. Si sarebbe inoltre presa una sedia sulla testa e avrebbe fatto la brutta figura che fanno i professionisti quando gli ammalati "fanno putiferio". In ogni caso, alla fine del suo turno, si è sentita "come se i pazienti mi avessero consumato, al punto da lasciarmi vuota e senza niente da dare". (Gnocchi, 1991:30, 31, 60, 101).
        Il linguaggio dell'emotivo irrompe senza volere, poiché il lavoro di cura, avendo una grossa componente emozionale (fondamentale per raggiungere il risultato atteso), non può esser contenuto nei ristretti, artificiali argini del lavoro 'manuale' o 'intellettuale'. Margaret Mead " notava che l'assistenza infermieristica è, più di ogni altra, il momento che può ricostituire la fiducia delle persone nella relazione esistente tra le mani, il cuore e la mente: è una delle poche situazioni in cui è possibile fare esperienza dell'importanza delle mani” (Autton, 1992:56).
        Nelle capacità che le donne esprimono, non sono forse la sollecitudine la prontezza, la creatività, la lucidità mentale, l'intelletto..., a cooperare? Per citarne alcune: "la capacità di stabilire modalità e condizioni ottimali per intervenire o astenersi" (Artusio, 1991-92:75); le capacità di relazione, di mediazione dei conflitti, di comunicazione ( la capacità di giostrare con l'equilibrio delicato di ciascun individuo e di questo in un gruppo" (James, 26); la capacità di lavorare attraverso "l’incontro-scontro tra le diverse culture", dove l'emozione dell'altro e compresa anche tenendo presente il contesto culturale e sociale di chi l'esprime...); capacità di "gestione flessibile delle risorse, in primo luogo di tempo" (Manacorda, cit. in Coordinamento..., 1990:76); capacità di affrontare attività complesse e numerose; la “flessibilità e duttilità nei confronti dell’imprevisto, del “molteplice", "la responsabilità di decidere in condizioni d'incertezza..." (ib.)
        In questa cooperazione la comprensione si espande. "Il diverso nel lavoro delle donne non è nelle doti innate", ma in una "modalità di approccio alle situazioni in cui il sentire non è scisso dal pensare e agire, ma forse significa pensare ed agire diversamente" (Coordinamento...,1990:56). Si può forse riassumere il tutto dicendo che le tecniche della tenerezza" consistono nella sintesi concreta di capacità emozionali intellettuali e fisiche. Di fatto ciascuna sfaccettatura della capacità “del cuore” può combinarsi con le altre capacità emozionali e, ancora di più, ognuna di queste interagisce con le facoltà fisiche e intellettive, le modifica e ne viene modificata. Nel lavoro intellettuale si usano spesso anche “le mani” e in quello manuale l’intelletto, e in tutte e due l’emozione, e in quello emozionale le altre due.
         Novarra scrive che "il concetto di espressione emozionale o sforzo come lavoro è piuttosto estraneo, naturalmente, all’idea convenzionale di lavoro", ma si tratta di pregiudizi maschili", che derivano dal fatto che il suo modo di lavorare è sconvolto, privo di comprensione, di sollecitudine e d'armonia (o senso delle proporzioni), e non senza conseguenze: "l’ufficio personale e l’assistente sociale sono li per affrontare i casini emozionali . Non per nulla a chi lavora nell’ufficio personale è stato assegnato un ruolo ‘femminile’” (Novarra, 1980:24). Adrienne Rich aveva già messo in luce come siano soprattutto le donne, in “lavori mal pagati”, e “ruoli sentimentalizzati” a trovarsi ad affrontare "nella presenza concreta di individui viventi (bambini, utenti dell'assistenza, malati, vecchi), le conseguenze della crudeltà e indifferenza di maschi potenti che controllano le professioni e le istituzioni. E' dalle donne che ci si aspetta che venga assorbita la rabbia, la fame, i bisogni insoddisfatti, la sofferenza fisica e psichica di vite umane che divengono statistiche e astrazioni nelle mani di scienziati sociali, funzionari governativi, amministratori... " (Rich, cit. in Leghorn and Parker, 1981:178).
         In un solo caso ho trovato questa decisa dichiarazione: "il lavoro può essere fisico, intellettuale o emozionale"  (Novarra, 1980:24). Purtroppo Novarra non chiarisce le implicazioni delle sue parole. Intesi in questo modo, ciascuno dei tre tipi di lavoro ha dunque lo stesso livello di generalità. L'espressione "lavoro emozionale" contiene nella sua generalità tutte le attività che fanno riferimento in modo particolare alle capacità "del cuore".
         In quanto lavoro concreto, cioè prendendo in considerazione la sua utilità, il suo"valore d'uso", il lavoro emozionale si separa dagli altri, quindi può affiancarsi ad essi. Ogni lavoro prende nome dalla sua mansione più significativa, più difficile. In molti casi non è, ad esempio, la capacità di capire e interpretare i bisogni dell'altro, il  sine qua non  del lavoro? (Non pensiamo soltanto ai malati in terapia intensiva ventilati artificialmente, dunque non in grado di parlare normalmente, o ai neonati..., ma al fatto che la maggior parte dei problemi di salute hanno a che fare con le emozioni).

         Introdurre la capacità emotiva significa considerare la persona e le sue possibilità lavorative in modo più articolato e complessivo. Tenerla presente è importante per fissare con più accuratezza uno standard di equivalenza tra i diversi lavori. E' una preliminare operazione per rendere confrontabili i lavori e stabilire il loro reciproco valore.
         Il dibattito attuale sui modi per prevenire la condizione di 'burn-out', di "esaurimento fisico, emotivo, relazionare", che spesso sopravviene "dopo mesi o anni di impegno generoso" nei lavori di cui  parliamo (Rossetti, in Cherniss), mostra come non sia soltanto utile ma urgente trovare la 'giusta misura' anche per questi lavori. Per "amministrare al meglio le risorse umane e professionali" è di cruciale importanza sanare "lo squilibrio tra risorse disponibili e richieste", esterne ed interne (Cherniss, 1983:7). Per fare questo si propone sia di eliminare o ridurre alcune delle richieste esterne,  sia di rendere più realistiche le aspettative degli operatori (ib.:36 e sgg.) Ricordo qualche proposta concreta: il lavoratore/la lavoratrice devono trovare lo spazio per essere a loro volta “emotivamente sostenuti", ed aiutati a "prendere in esame le proprie sensazioni", per “comprendere e gestire in modo costruttivo la propria risposta emotiva al lavoro” (ib.:113, 118); devono darsi il tempo necessario a riflettere e meditare sulla propria esperienza di lavoro (ad esempio programmando pause sul lavoro e prendendosi giorni di vacanza richiedibili con breve anticipo (ib.:167,185); si da anche l’avvertimento: “non sconsigliare il part-time”. (ib.:185).

4. Conclusioni.

       Si dice che le donne siano superiori agli uomini in molti dei lavori di cui parliamo: è vero come un pregiudizio di popolo? H. (ilda) D. (oolittle) in effetti s’accorgeva che il suo “modo d’aver ragione”, le sue intuizioni “scattavano più velocemente [di quelle di Freud nda] spaccando il secondo (che è quello che conta nel computo del tempo spirituale)”, e andavano più in profondità: “antenne quasi invisibili, sottili come capelli che talvolta facevano vibrare nell’aria un avvertimento o risolvevano un problema…” (H.D., 1973:180) E gran parte degli uomini le avrebbero dato ragione, se si fossero dati la pena di leggerla, poiché essi spontaneamente esaltavano la naturale sensibilità (6), anzi la dedizione del gentil sesso. Per non parlare poi della sua superiore capacità morale (davvero necessaria con esseri indifesi), dimostrata dal fatto che le carceri sono piene di uomini. L’intuito, alcune donne correggevano, è frutto di secolari esperimenti, temprato da “un’esperienza dura, passione e disperato coraggio” (Spender, 1982:95).
        E’ giusto anche ricordare a questo punto il processo di trasformazione che ha attraversato la famiglia negli ultimi secoli, al cuore del quale si è posta la madre educante e affettuosa verso i figli  (vedi Saraceno 1988:133-143)  – che si prende cura di loro fin dalla nascita e li allatta al seno (ib.:142) -, e che da sostegno cognitivo ed emotivo al partner (Barbagli, 1990: 224-226)(7). I padri s’impegnarono nella creazione e assegnazione di queste nuove mansioni alle madri – e non a se stessi -, non soltanto i moralisti, i medici, i riformatori, i pedagoghi, i preti (Saraceno, 1988:136-137).
       La società oggi riconosce esplicitamente la superiorità femminile quando, sulla base dei “superiori interessi dei figli”, li affida quasi sempre a lei dopo una separazione o un divorzio. Ne riconosce la superiorità inoltre nella misura in cui molti lavori vengono affidati alle donne sulla sola base delle “qualità materne” delle lavoratrici. Voglio aggiungere che i curriculum scolastici dove si studi pedagogia o psicologia, sono prevalentemente seguiti da donne. Sono loro che cercano di impadronirsi dei ferri del mestiere. E sono le donne inoltre -più che gli uomini-, a confidarsi tra loro su questi argomenti e a passarsi qualunque informazione utile. Purtuttavia tutti questi elementi  non escludono che ci siano uomini che hanno raggiunto - attraverso  fortuna, sfortuna, esperienza e apprendimento – maturità emozionale e competenza. Necessariamente parliamo di una superiorità femminile media statistica (8), da valutare individualmente.
       Le donne oggi stanno puntando molto proprio sul riconoscimento (la “valorizzazione”) dei lavori di cura. In particolare a Torino, sulla base di una ricerca, per garantire pari opportunità alle lavoratrici nei settori dell’assistenza e scuola della pubblica amministrazione (Comitato… 1994), sono state fatte le seguenti proposte:
        a) Corsi per creare consapevolezza sul valore produttivo, sul contributo al prodotto, del proprio modo "femminile" di lavorare. "Senza la capacita di mediare a volte non si finirebbe il lavoro." Inoltre lo stress aumenterebbe. (E' un pò come prendere in considerazione il contributo dei lavoratori della mensa al prodotto finale: nutrendo i lavoratori, lo rende possibile ).
        b) Il riconoscimento della maturità psicologica della persona, delle capacità psicologiche. (Questo riconoscimento è stato proposto anche in Francia, ai fini della valutazione del lavoro.) Riconoscimento che nasce dal fatto che si considera il lavoro familiare svolto da bambine e adolescenti, e quello di fare e allevare figli svolto dalle donne adulte come formazione pregressa al lavoro di cura.
         c) Il riconoscimento delle mansioni di cura. Per esempio si è chiesto il passaggio da una categoria inferiore a una superiore per i bidelli, quando il loro lavoro includa mansioni di cura.
         d) Corsi di formazione per perfezionare le capacità acquisite. Finora questi corsi sono stati offerti ai quadri dirigenti perché apprendessero a gestire i sentimenti e a riequilibrare le energie psicofisiche messe a dura prova nei loro    ruoli. Tuttavia sono non meno necessari e forse di più nei lavori subordinati, dove l’emozione è coartata e si dipende dalle decisioni e dal carattere altrui.
          Molte donne sospettano che le lodi e i riconoscimenti formali maschili non siano che maschere/maschili di c/attiva volontà: di pagare con la lode senza accettare la lode per paga. Il lavoro svolto dalle donne con cura non ha mai dato luogo neppure ad una descrizione del lavoro, men che meno alla sua paga, anche riguardo alla gran mole di lavoro in più per i figli loro affidati  (sempre per merito della loro superiorità).
         Oggi che invece di virtù parliamo di virtuosismi, di talenti, di capacità, di contrattazione, gli uomini sosterranno comunque la "superiorità femminile?
          Riconoscere i diversi aspetti emozionali del lavoro, tra l'altro, metterebbe in gioco non solo l'ordine gerarchico presente tra uomini e donne, ma anche tra uomini (9). Sotto un’indiscussa, infine riconosciuta, leadership femminile.
         Attraverso l'analisi del lavoro di cura e la sua concettualizzazione come lavoro siamo arrivate, da una confusamente affermata "diversità" sessuale sul lavoro – da “rispettare” -  a una riconosciuta differenza di capacità.

        Questa ricerca è stata svolta con un contributo MURST 60%
 Desidero ringraziare, per gli interessanti stimoli e utili consigli che mi sono stati dati anche a seguito della lettura di una precedente stesura del testo, Vanessa Maher, Elisabetta Donini, Piera Zumaglino, Lidia Rizzo, Chiara Ronco Maria Vittoria Giannelli, Laura Derossi

Note

        1) Questo articolo è una rielaborazione del mio intervento al Seminario-organizzato dal Coordinamento europeo delle donne (CED) e dal Coordinamento donne della funzione pubblica C.G.I.L. di Torino "Pari opportunità per il lavoro di cura: prospettive europee", Torino (20-21 febbraio 1992). Una prima versione è stata pubblicata su Reti luglio-ottobre 1992 col titolo Il lavoro emozionale. La versione completa, dal titolo What is ‘emotional labour’? è stata presentata e discussa alla 2nd European Research Conference Feminists perspectives on Technology Work and Ecology Graz University of Technology Austria  July 5-9, 1994  ed è pubblicata nelle Conference Proceedings. Il presente saggio è l’edizione italiana del saggio inglese, riveduto e ampliato. 
I passi citati da opere non disponibili in italiano sono stati tradotti dall’autrice.
        2) Cit. in Kramarae e Treichler, voce Nursing.
        3) Allo sporco si dovrebbe dedicare un lavoro a parte. Ho notato che le infermiere non ne parlano, se non in modo del tutto asettico. Forse il chiarimento viene dalle parole di una lavoratrice dell'assistenza che dice: "[i miei parenti ] mi dicono che sono matta a farlo, loro non lo farebbero.., immaginano questo posto come un luogo di mostri... pensano che puoi pulire un anziano, ma una persona dai venti ai 40 anni, non la puoi toccare, se uno lo fa è matto, un lavoro sporco... loro pensano che io sia una specie di Cottolengo [riferimento all’Istituto religioso di Torino dove ci si prende cura per la vita di bambini nati con gravissime malformazioni. Per visitarlo occorre un permesso speciale. nda] dove esiste solo cacca e basta..." (Comitato..., 1994:191). Una volta si riteneva che toccare corpi e sporco fosse reso possibile dal folle amore per Dio: era l'esibizione delle sante medioevali! Oppure era reso possibile dal coraggio of un’eroina, che ha meritato per questo di diventare una divinità, per aver accettato il grave compito di ripulire dallo sterco le immense stalle di Augia -ovviamente prima di capire che era possibile farlo pulitamente e in fretta. Sto parlando naturalmente di Ercole e la sua V fatica! (vedi Graves, pp.439-442) Oppure era una pena per i colpevoli. Nell'Inferno di Dante gli adulatori si trovano immersi nello sterco mentre gli assassini, i tiranni e i predoni (in quanto colpevoli di men grave peccato) sono soltanto immersi nel sangue bollente del fiume Flegetonte. Una sintesi che equipara l’estremo coraggio nel combattere/uccidere e toccare sporco e cadaveri si trova nel racconto delle gesta della “principessa Argia” - e del nobile plotone di donne che la circonda -, ricordata da Boccaccio e Christine de Pizan (1983:125-6; a pag. 263 vedi l’interessante commento di Warner). Ma anche oggi al  generale maschio è sufficiente che si fermi a chiedere al soldato ferito come sta, per essere ricordato nei libri di storia!
        4) Vedi come in India l'insegnamento dello Yoga, - che è essenzialmente un metodo di controllo del cuore e della mente, è oggi obbligatorio nelle scuole.
       5) James (1989:25-28) presenta molti interessanti esempi di “tecniche emozionali”.
       6) "Il malessere nei piccoli induce risposte immediate nella maggior parte delle specie animali superiori, dagli uccelli agli esseri umani -o almeno nelle donne... Uno dei principali argomenti a sostegno di questa concezione è la breve latenza, circa sei secondi, con cui le madri, in condizioni culturali favorevoli, prendono in braccio il bambino dopo che ha iniziato a piangere..."(Frijda, 1986: 380)
       7) Studiosi hanno anche sottolineato l’intelligenza e la competenza femminile nel tessere e mantenere reti sociali e nel trattare coi servizi sociali e le istituzioni. (vedi Saraceno 1988: 187-188, 227).
      8) Per citare soltanto un minimo esempio, secondo una ricerca di G. Kirouac e F.Y. Dore "non si incontrano grandi difficoltà a riconoscere l'emozione provata da qualcuno sulla base di fotografie che ne raffigurino esclusivamente il volto", purtuttavia "le donne sono nel complesso migliori interpreti degli uomini"(Dantzer, 1992:38)
       9) I sindacati italiani si sono sempre opposti ai sistemi di analisi e valutazione del lavoro (praticati negli USA), in tutti i lavori. Questa opposizione pare abbia giocato a favore dell’eguaglianza di salario anche per le donne. (vedi Treu, 1987; Frey, 1987; Barbera, 1991).  Non possiamo tuttavia sottovalutare l’opposizione di un sindacato a tradizionale e a forte presenza maschile perfino a un dibattito sul valore comparabile tra lavori femminile e maschili che possa mettere in discussione, a qualunque livello, comode certezze.

Riferimenti

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Appendice

Cigno bianco o cigno nero?
-
... alcune caratteristiche della personalità che portano al successo in alcuni campi certe persone, possono determinare disturbi psicologici in altre, a seconda delle esperienze vissute e di eventuali traumi subiti.

Un artcolo provenienteda una fonte differente e relativamente bizzarra riguarda un altro versantee un opposto punto di vista sul "lavoro emozionale"
le "api regine": manager, avvocati e chirurghi, l'identikit del 'serial killer'
Roma, 10 gen. 2013 (Adnkronos Salute) -
Amministratori delegati, avvocati e chi lavora nei media (tv e radio). Ai primi tre posti della classifica delle professioni a più alto rischio psicotico. Seguono i venditori, i chirurghi, i giornalisti, i religiosi, gli chef, i poliziotti e gli impiegati pubblici. A stilare la classifica è lo psicologo Kevin Dutton, dell'Università di Oxford, che ha sviluppato la lista nel suo libro 'The Wisdow of Psychopaths: What Saints, Spies, and Serial Killers can teach us about success'. Dutton ha elaborato i risultati dell'indagine 'Great British Psychopath Survey', che contiene circa 5.500 interviste a lavoratori pubblicate sul suo sito internet. Per stabilire la speciale classifica Dutton ha utilizzato un test in grado di stabilire un punteggio per alcune caratteristiche come: la crudeltà, il fascino, la forza mentale, il coraggio, la consapevolezza e l'azione. Elementi che, per lo psicologo, indicano un rischio molto alto di sviluppare psicosi molto simili a quelle dei 'serial killer'. Secondo Dutton tra le 10 categorie professionali che hanno un rischio psicotico più basso ci sono: le badanti, le infermiere, i terapisti, gli artigiani, gli stilisti, i lavoratori del settore sociale, gli insegnanti, i designer, i medici e i ragionieri.

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Quando la cartella clinica è terapeutica... Dare ai ricordi una specie di seconda vita?
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